La stima dei collaboratori del presidente è andata rafforzandosi in seguito alla rapida discesa dei prezzi del petrolio provocata dalle rassicurazioni fornite da Trump in merito all’imminente conclusione del conflitto. Nonché dalla diffusione della notizia circa il rilascio di 400 milioni di barili di petrolio prelevati dalla riserve strategiche dei 32 Paesi membri dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, in un’ottica di compensazione alla strozzatura dal lato dell’offerta generata dall’instabilità nello Stretto di Hormuz.

La discesa dei prezzi del petrolio si è tuttavia rivelata più breve del previsto. Il Brent e il Wti sono tornati a salire vigorosamente, in conseguenza dell’incapacità della coalizione israelo-staunitense di piegare l’Iran, del drastico taglio alla produzione di petrolio disposto da Paesi chiave come il Kuwait, dell’arresto degli impianti di produzione, degli attacchi contro infrastrutture di stoccaggio di idrocarburi e dei navigli che intendono attraversare lo Stretto di Hormuz senza autorizzazione di Teheran, oltre che del possibile posizionamento di mine antinave nello Stretto di Hormuz.
Tre funzionari statunitensi hanno confermato a «Politico» che l’amministrazione Trump «non ha mai preso seriamente in considerazione l’idea di modificare la propria strategia militare di fronte all’aumento dei prezzi del petrolio».
Tuttavia, il presidente e la sua squadra di governo sono stati «colti di sorpresa dalla velocità e dalla gravità del picco raggiunto domenica 1 marzo», ha affermato una quarta persona vicina alla Casa Bianca.
Anziché cambiare rotta, «l’amministrazione Trump ha trascorso gran parte del tempo cercando di placare gli investitori spaventati, preoccupati per l’impatto destabilizzante di una guerra prolungata sulle catene di approvvigionamento».
I membri del governo «hanno anche cercato di placare i timori dei repubblicani inquieti, che vedono la guerra in Iran come un contrasto al messaggio di accessibilità economica che a loro avviso il Partito Repubblicano dovrebbe promuovere nella sua lotta per mantenere il controllo del Congresso alle elezioni di medio termine».
Secondo un recente sondaggio Quinnipiac, più di 7 elettori su 10 hanno dichiarato di essere molto o abbastanza preoccupati che la guerra possa causare un aumento dei prezzi del petrolio e del gas negli Stati Uniti.
I prezzi del petrolio russo salgono alle stelle
La Russia, in compenso, sta lucrando enormemente sulla situazione di caos venutasi a determinare nel Golfo Persico, approfittando degli alti prezzi e della disperata ricerca di fonti alternative da parte dei clienti.
La tipologia di greggio Urals è attualmente scambiata a quotazioni superiori rispetto al Brent per la prima volta nella storia, proprio a causa del crollo drastico dell’offerta di petrolio mediorientale e delle mutevoli dinamiche commerciali iasiatiche.
Di fronte a una massiccia carenza di greggio medium sour mediorientale (una qualità simile all’Urals), le raffinerie indiane si sono rivolte aggressivamente alle forniture russe beneficiando del permesso speciale di 30 giorni accordato dall’amministrazione Trump, a condizione che le partite di Urals fossero caricate su petroliera prima del 5 marzo.
Il Brent è un greggio leggero e dolce, mentre l’Urals è un greggio di grado medio-acido. Poiché la produzione mediorientale di greggio acido è attualmente off-line o comunque non commercializzabile, le raffinerie che necessitano di greggio dotato di queste specifiche caratteristiche stanno pagando un premio di 4-5 dollari per barile rispetto al Brent per assicurarsi i barili russi.
Demostenes Floros

Analista geopolitico ed economico, saggista e docente a contratto di geopolitica dell’energia presso l’Università di Padova. Dal 2019 è Senior Energy Economist presso il Centro Europa Ricerche (Cer) ed è coordinatore del corso di geopolitica organizzato dall’Università aperta di Imola. È autore di volumi Guerra e pace dell’energia. La strategia per il gas naturale dell’Italia tra Federazione Russa e Nato (Diarkos, 2019), e Crisi o transizione energetica. Come il conflitto in Ucraina cambia la strategia europea per la sostenibilità (Diarkos, 2022).
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