Secondo gli specialisti di Saudi Aramco, se la chiusura dello Stretto di Hormuz dovesse protrarsi, il prezzo del petrolio raggiungerebbe i 150 dollari per barile entro la metà di aprile, per poi salire a 165 dollari e infine a 180 dollari entro la fine del mese prossimo. Secondo Wood Mackenzie, un petrolio a 200 dollari per barile «non è al di fuori del novero delle possibilità» a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz.

La situazione nello Stretto di Hormuz ha raggiunto livelli di criticità tali da indurre il segretario al Tesoro Bessent ad annunciare che è allo studio la rimozione delle sanzioni nei confronti del petrolio iraniano.
Lo Stretto di Hormuz è la punta di lancia della guerra asimmetrica iraniana
L’impatto della guerra asimmetrica iraniana sta producendo risultati anche sul fronte monetario e finanziario. L’utilizzo internazionale del dollaro che dall’inizio della guerra ha accusato una riduzione del 5-6% a vantaggio soprattutto dello yuan-renminbi. Di particolare impatto potrebbe rivelarsi, sul punto, l’applicazione dell’ipotesi ventilata da un funzionario iraniano alla «Cnn», secondo cui Teheran potrebbe autorizzare il transito attraverso lo Stretto di Hormuz soltanto a petroliere il cui carico sia commercializzabile in yuan-renminbi.
Allo stesso tempo, gli interessi sui Treasury a dieci, venti e trent’anni sono saliti (rispettivamente) oltre il 4,3 e il 4,7%, mentre il debito federale veleggia verso quota 40.000 miliardi di dollari e il Pentagono starebbe preparandosi, rivela il «Washington Post», a richiedere al Congresso un finanziamento supplementare di 200 miliardi di dollari per sostenere la guerra contro l’Iran.
Sul campo di battaglia, la situazione continua a peggiorare.
All’escalation israeliana, concretizzatasi sotto forma di assassinii politici di alto livello e bombardamento sia di un sito adiacente al reattore nucleare di Bushehr, sia delle infrastrutture energetiche preposte allo sfruttamento di South Pars (il più grande deposito di gas del mondo che l’Iran condivide con il Qatar), l’Iran ha risposto bersagliando impianti di estrazione, lavorazione e stoccaggio di petrolio e gas naturale di tutta la regione.
Il presidente Trump ha intimato all’Iran di interrompere immediatamente gli attacchi contro le monarchie sunnite del Golfo Persico. In caso contrario, «gli Stati Uniti d’America, con o senza l’aiuto o il consenso di Israele, faranno saltare in aria l’intero giacimento di gas di South Pars con una potenza e una forza che l’Iran non ha mai visto prima».
Lo stesso Trump ha tuttavia assicurato che Israele non attaccherà nuovamente South Pars qualora l’Iran si orientasse verso una de-escalation, dopo aver affermato che gli Stati Uniti non erano a conoscenza dell’intenzione israeliana di attaccare il giacimento.
Le dichiarazioni dell’inquilino della Casa Bianca risultano del tutto inconciliabili con quanto riferito dal «Wall Street Journal» sulla base delle confidenze rese da svariati anonimi funzionari statunitensi, secondo cui il raid israeliano era stato preventivamente approvato dal presidente Trump al fine di incrementare la pressione su Teheran affinché riaprisse lo Stretto di Hormuz.
Secondo il noto quotidiano finanziario, «i governi arabi sono indignati per l’attacco di Israele e per l’incapacità degli Stati Uniti di prevenirlo». Le petromonarchie «stavano spingendo Washington a evitare di lanciare attacchi contro gli impianti energetici iraniani, e ora si sentono molto vulnerabili alle ritorsioni iraniane». I governi della regione alleati degli Stati Uniti sarebbero «delusi dalla loro mancanza di influenza sull’amministrazione Trump, nonostante i significativi investimenti profusi negli Stati Uniti».
Michele Geraci

Ingegnere ed economista con trascorsi in diverse banche d’affari. È stato direttore della sezione dedicata alla Cina del Global Policy Institute di Londra, docente di finanza presso la New York University a Shanghai e la Zhejiang University ad Guangzhou e sottosegretario al Ministero dello sviluppo economico italiano.
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