
In secondo luogo, aggiunge Chris Murphy, «ci è stato confermato che anche il cambio di regime non è nella lista. Quindi, spenderanno centinaia di miliardi di dollari delle nostre tasse, faranno uccidere un sacco di americani, e un regime intransigente – probabilmente ancora più intransigente e anti-americano – sarà ancora al potere».
Quindi, «quali sono gli obiettivi? Sembra che consistano, principalmente, nella distruzione di missili, navi e fabbriche di droni. Ma la domanda che ci ha lasciati perplessi: cosa succede quando cesseranno i bombardamenti e gli iraniani riavvieranno la produzione? Hanno accennato a più bombardamenti. Cosa che significa, ovviamente, guerra senza fine», sostiene Chris Murphy.
Sullo Stretto di Hormuz, infine, «non avevano alcun piano. Non posso entrare in maggiori dettagli su come l’Iran ostruisca lo Stretto, ma basti dire che, al momento, l’amministrazione Trump non sa come riaprirlo in sicurezza. Il che è imperdonabile, perché questa parte del disastro era 100% prevedibile».
In compenso, alle roboanti minacce pubblicate dal presidente Trump tramite i soliti post sul suo profilo Truth e all’avvertimento del segretario alla Guerra Hegseth secondo cui gli Stati Uniti avrebbero lanciato la più intensa ondata di bombardamenti sull’Iran, hanno fatto seguito intensi bombardamenti iraniani su Israele. È stata anche segnalata dall’intelligence statunitense l’intenzione delle forze armate iraniane di posizionare mine antinave nello Stretto di Hormuz.
L’iniziativa, che va a combinarsi con la nomina di Mojtaba Khamenei a Guida Suprema nonostante gli avvertimenti di Trump, attesta la completa indisponibilità dell’Iran a cedere alle pressioni statunitensi.
Le impressioni di Chris Murphy sono condivise dai servizi di intelligenze
La risolutezza iraniana, sostiene un’inchiesta condotta dal «Wall Street Journal», avrebbe spinto i principali consiglieri della Casa Bianca a esercitare pressioni sul presidente per indurlo a elaborare una exit strategy degli Stati Uniti dalla guerra, da implementare previa proclamazione che gli obiettivi sono stati in gran parte raggiunti.
Parallelamente, il senatore repubblicano Lindsey Graham, individuato dallo stesso «Wall Street Journal» come uno dei principali responsabili dell’intervento militare statunitense contro l’Iran, ha minacciato l’Arabia Saudita e le altre monarchie sunnite del Golfo Persico di “serie conseguenze” in caso di loro mancata partecipazione alle campagne di bombardamento dell’Iran portate avanti da Stati Uniti e Israele.
Eppure, l’amministrazione Trump era stata edotta circa i notevoli rischi che presentava un intervento militare contro l’Iran. Ne ha parlato il «Washington Post» in un’inchiesta basata sulle confidenze rese da tre funzionari interni al mondo dell’intelligence che hanno sollevato il velo sul contenuto di un rapporto classificato redatto dal National Intelligence Council e consegnato al presidente Trump una settimana prima che Stati Uniti e Israele scatenassero l’attacco congiunto contro l’Iran.
Secondo le fonti raggiunte dal quotidiano, il documento tratteggiava due scenari che si sarebbero potuti concretizzare in seguito a una campagna militare mirata contro gli esponenti verticistici dell’apparato istituzionale iraniano.
In entrambi gli sviluppi ipotizzati dagli specialisti in forza al National Intelligence Council, «l’establishment clericale e militare iraniano avrebbe risposto all’assassinio della Guida Suprema Ali Khamenei applicando una serie di protocolli volti a preservare la continuità del potere. La prospettiva che la frammentata opposizione iraniana assuma il controllo del Paese è qualificata all’interno del documento come “improbabile”».
Alberto Bradanini

Ex ambasciatore d’Italia a Teheran e Pechino, saggista e presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea. È autore di numerosi volumi, tra cui Cina. L’irresistibile ascesa (Sandro Teti, 2022), e Cina. Dall’umanesimo di Nenni alle sfide di un mondo multipolare (Anteo Edizioni, 2023).
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