Alle roboanti minacce pubblicate dal presidente Trump tramite i soliti post sul suo profilo Truth e all’avvertimento del segretario alla Guerra Hegseth secondo cui gli Stati Uniti avrebbero lanciato la più intensa ondata di bombardamenti sull’Iran, hanno fatto seguito attacchi intensi su Israele e il possibile posizionamento di mine antinave nello Stretto di Hormuz.

L’iniziativa di lanciare attacchi intensi su Israele e disporre mine antinave nello Stretto di Hormuz, che va a combinarsi con la nomina di Mojtaba Khamenei a Guida Suprema nonostante gli avvertimenti di Trump, attesta la completa indisponibilità dell’Iran a cedere alle pressioni statunitensi.
Dove portano gli attacchi intensi su Israele
La risolutezza iraniana (confermata soprattutto dagli attacchi intensi su Israele), sostiene un’inchiesta condotta dal «Wall Street Journal», avrebbe spinto i principali consiglieri della Casa Bianca a esercitare pressioni sul presidente per indurlo a elaborare una exit strategy degli Stati Uniti dalla guerra, da implementare previa proclamazione che gli obiettivi sono stati in gran parte raggiunti.
Parallelamente, il senatore repubblicano Lindsey Graham, individuato dallo stesso «Wall Street Journal» come uno dei principali responsabili dell’intervento militare statunitense contro l’Iran, ha minacciato l’Arabia Saudita e le altre monarchie sunnite del Golfo Persico di “serie conseguenze” in caso di loro mancata partecipazione alle campagne di bombardamento dell’Iran portate avanti da Stati Uniti e Israele.
Allo stesso tempo, Teheran ha negato qualsiasi responsabilità rispetto ai presunti attacchi che sarebbero stati condotti contro i territori azero, cipriota e turco, inquadrando le accuse rivolte sul punto contro la Repubblica Islamica nel contesto di un più ampio tentativo israelo-statunitense di coinvolgere nuovi attori in un conflitto che ha preso una piega sgradita a Washington e Tel Aviv.
Lo sostiene David Ignatius sulle colonne del «Washington Post», affermando che «alcuni alti funzionari in Israele stanno iniziando a esprimere preoccupazione per l’escalation di attacchi senza fine contro l’Iran, suggerendo possibili vie d’uscita che potrebbero fermare la guerra prima che danneggi ulteriormente la regione e l’economia globale».
«Ciò che preoccupa questo funzionario e altri con cui ho parlato negli ultimi giorni è che il costo della guerra continua ad aumentare: per gli stati del Golfo colpiti dai missili iraniani, per un’economia globale che sta affrontando forti aumenti dei prezzi del petrolio e del gas naturale che potrebbero innescare una crisi economica mondiale, e per lo stesso Trump, che ha portato gli Stati Uniti in guerra senza una base popolare di sostegno al conflitto. “Non sono sicuro che sia nel nostro interesse combattere finché il regime non sarà rovesciato”, ha dichiarato il funzionario israeliano. “Nessuno vuole una storia infinita”».
Eppure, l’amministrazione Trump era stata edotta circa i notevoli rischi che presentava un intervento militare contro l’Iran. Ne ha parlato il «Washington Post» in un’inchiesta basata sulle confidenze rese da tre funzionari interni al mondo dell’intelligence che hanno sollevato il velo sul contenuto di un rapporto classificato redatto dal National Intelligence Council e consegnato al presidente Trump una settimana prima che Stati Uniti e Israele scatenassero l’attacco congiunto contro l’Iran.
Secondo le fonti raggiunte dal quotidiano, il documento tratteggiava due scenari che si sarebbero potuti concretizzare in seguito a una campagna militare mirata contro gli esponenti verticistici dell’apparato istituzionale iraniano.
In entrambi gli sviluppi ipotizzati dagli specialisti in forza al National Intelligence Council, «l’establishment clericale e militare iraniano avrebbe risposto all’assassinio della Guida Suprema Ali Khamenei applicando una serie di protocolli volti a preservare la continuità del potere. La prospettiva che la frammentata opposizione iraniana assuma il controllo del Paese è qualificata all’interno del documento come “improbabile”».
La fuga di notizie di cui ha beneficiato il «Washington Post» palesa una volontà interna all’ufficio diretto da Tulsi Gabbard di smarcarsi dalle deliberazioni della Casa Bianca.
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