Nei giorni scorsi, un’inchiesta del «Washington Post» basata sulle confidenze rese da tre funzionari interni ai servizi di sicurezza statunitensi ha sollevato il velo sul contenuto di un rapporto classificato redatto dal National Intelligence Council e consegnato al presidente Trump una settimana prima che Stati Uniti e Israele scatenassero l’attacco congiunto contro l’Iran.
Secondo le fonti raggiunte dal quotidiano, il documento redatto dalla National Intelligence tratteggiava due scenari che si sarebbero potuti concretizzare in seguito a una campagna militare mirata contro gli esponenti verticistici dell’apparato istituzionale iraniano.
L’avvertimento della National Intelligence
In entrambi gli sviluppi ipotizzati dagli specialisti in forza al National Intelligence Council, «l’establishment clericale e militare iraniano avrebbe risposto all’assassinio della Guida Suprema Ali Khamenei applicando una serie di protocolli volti a preservare la continuità del potere. La prospettiva che la frammentata opposizione iraniana assuma il controllo del Paese è qualificata all’interno del documento come “improbabile”».

L’analisi del National Intelligence Council, lo stesso che nel marzo 2025 (tre mesi prima dello scatenamento della Guerra dei 12 Giorni da parte di Israele e della contestuale Operazione Midnight Hammer statunitense) aveva confermato la refrattarietà dell’Iran a dotarsi dell’arma nucleare, risulta pienamente avvalorata dalla nomina a Guida Suprema di Mojtaba Hosseini Khamenei, figlio di Ali Khamenei e figura decisamente sgradita al presidente Trump perché reputata assolutamente disfunzionale agli interessi statunitensi.
Ma soprattutto, la fuga di notizie dalla National Intelligence di cui ha beneficiato il «Washington Post» palesa una volontà interna all’ufficio diretto da Tulsi Gabbard di smarcarsi dalle deliberazioni della Casa Bianca, che secondo un’inchiesta del «Wall Street Journal» sarebbero da ricondurre all’opera di convincimento portata avanti per settimane dal senatore repubblicano Lindsey Graham.
Tra gennaio e febbraio di quest’anno, Graham si sarebbe ripetutamente recato in Israele per incontrare funzionari dell’intelligence locale e raccogliere informazioni utili a persuadere l’inquilino della Casa Bianca a procedere con l’attacco all’Iran. «Mi diranno cose che il nostro stesso governo non mi direbbe», ha dichiarato Graham prima di ricevere dal primo ministro Netanyahu istruzioni in merito alle modalità da adottare per convincere il presidente Trump a passare all’azione.
Graham si sarebbe quindi accreditato come tramite tra Netanyahu e Trump, facendo pervenire a quest’ultimo informazioni di provenienza israeliana rivelatesi decisiva a spingere Trump a oltrepassare il Rubicone. E provvedendo parallelamente a rendere il principe ereditario saudita Mohammed bin-Salman edotto degli sviluppi in corso.
«Mentre altri collaboratori, tra cui l’inviato speciale per il Medio Oriente Steve Witkoff, invocavano la prosecuzione per i colloqui, Graham spingeva per un cambio di regime […] lavorando fianco a fianco con il generale in pensione Jack Keane e Marc Thiessen, già redattore dei discorsi del presidente George W. Bush», riferisce il «Wall Street Journal».
Lo stesso Graham ha poi minacciato l’Arabia Saudita e le altre monarchie sunnite del Golfo Persico di “serie conseguenze” in caso di loro mancata partecipazione alle campagne di bombardamento dell’Iran portate avanti da Stati Uniti e Israele.
Parallelamente, l’amministrazione Trump sta spostando sistemi di difesa aere Patriot e Thaad dalla corea del Sud al teatro mediorientale.
A ennesima riprova delle crescenti difficoltà in cui gli Stati Uniti e Israele stanno imbattendosi nel tentativo di contrastare gli attacchi iraniani.
Di fronte alla prospettiva dell’impantanamento, scrive ancora il «Wall Street Journal», i consiglieri di Trump stanno esercitando pressioni sul presidente per indurlo a elaborare un piano per il ritiro degli Stati Uniti dalla guerra, da avviare previa proclamazione che gli obiettivi sono stati in gran parte raggiunti.
Le preoccupazioni dei collaboratori di Trump si concentrano soprattutto sull’aumento del prezzo del petrolio, che stanno tornando a salire dopo il crollo registratosi a seguito delle dichiarazioni della Casa Bianca secondo cui la guerra era prossima alla fine.
Marc Innaro

Giornalista con all’attivo una lunga esperienza nella «Rai» come corrispondente estero, presso capitali come Mosca e il Cairo.
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