L’Iran sta rivolgendo contro la coalizione Stati Uniti-Israele una guerra asimmetrica in grado di produrre effetti molto significativi. Secondo Patricia Marins, analista militare ed ex ufficiale delle forze armate brasiliane, «l’Iran sta conducendo una guerra asimmetrica quasi perfetta, assorbendo gli attacchi, rendendo strategicamente inutilizzabili le basi circostanti, distruggendo i radar e mantenendo il controllo dello Stretto di Hormuz, pur preservando la sua capacità di lancio di missili».
La Repubblica Islamica sta peraltro «conseguendo questi risultati avendo perso pochissimo della sua marina, della sua aviazione o del suo arsenale complessivo, cosa che possiamo facilmente verificare esaminando le prove visive delle perdite».
Al contrario, «gli Stati Uniti e Israele si trovano in una situazione estremamente difficile perché conoscono un solo tipo di guerra: la distruzione con la forza bruta. Ora si trovano ad affrontare un Iran strategicamente ben posizionato che combatte alle proprie condizioni e secondo i propri tempi».
L’essenza della guerra asimmetrica iraniana
Cosa ha fatto l’Iran? «Si è concentrato sulla resistenza ai bombardamenti e ha custodito quasi tutto il suo arsenale in grandi basi sotterranee che Stati Uniti e Israele hanno già cercato di penetrare con ingenti quantità di munizioni. Finora, l’Iran ha mostrato ben poco di ciò che so del suo arsenale. Ha ancora più di 20 modelli di droni marini che non ha ancora messo in acqua».
Stati Uniti e Israele «non hanno studiato a sufficienza l’Iran e lo hanno gravemente sottovalutato. L’Iran è leader mondiale nel settore missilistico e dei droni, insieme a Russia e Cina».

I politici di Washington «sono stati estremamente imprudenti. In politica si può essere completamente folli e farla franca, ma in guerra non funziona così […]. I dati falsi propinati dal Centcom vengono ripetuti da molti americani, ma questa propaganda non cambia la realtà del campo di battaglia».
Eppure, l’amministrazione Trump ha presentato un quadro della situazione in Medio Oriente straordinariamente ottimistico circa lo stato della guerra contro l’Iran. Il segretario alla Guerra Hegseth e il Capo di Stato Maggiore congiunto, generale Dan Caine, hanno parlato di attacchi a un ritmo senza precedenti, culminati a loro dire in una drastica erosione delle capacità militari dell’Iran.
Per il Pentagono, il collasso delle difese iraniane si è ormai virtualmente realizzato, in quanto, ha spiegato Caine, «l’Iran non ha difesa aerea, né aviazione, né marina». Il volume dei suoi attacchi missilistici è diminuito del 90%, mentre l’uso di droni d’attacco «a senso unico» è calato del 95%.
A suo avviso, non si è trattato di un mero danneggiamento ai mezzi militari iraniani esistenti, ma di un colpo micidiale rivolto contro la base industriale della difesa iraniana, finalizzato a impedire a Teheran di rinnovare il proprio arsenale.
Le assicurazioni di Hegseth mal si conciliano con le crescenti preoccupazioni espresse dalle monarchie sunnite del Golfo Persico, che manifestano vulnerabilità alla guerra asimmetrica iraniana e denunciano un pericoloso calo delle scorte di intercettori. Stesso discorso vale per Israele, come rivelato da un funzionario statunitense alla testata «Semafor», ed anche per gli stessi Stati Uniti, costretti a trasferire sistemi Patriot e Thaad dalla Corea del Sud al teatro mediorientale per cercare di contrastare gli incessanti attacchi iraniani.
Lo stesso presidente Trump continua a trasmettere segnali che tradiscono una certa inquietudine, incrementando il numero di truppe presenti nella regione, pianificando un’occupazione della cruciale isola di Kharg, cercando di coinvolgere altri Paesi nelle operazioni militari e minacciando addirittura di sciogliere la Nato in caso di mancato supporto dei Paesi membri alla riapertura dello Stretto di Hormuz. «Se alla nostra richiesta di sbloccare lo Stretto di Hormuz non ci sarà alcuna risposta o se la risposta sarà negativa, penso che il futuro della Nato sarà molto negativo», ha affermato Trump.
Fabio Mini

Generale di corpo d’armata, saggista e collaboratore de «Il Fatto Quotidiano». Ha comandato tutti i livelli di unità da combattimento e prestato lunghi periodi di servizio negli Stati Uniti, in Cina, nei Balcani e nella Nato. È stato Capo di Stato Maggiore del Comando Alleato del Sud Europa e comandante della forza internazionale di sicurezza in Kosovo. È autore di numerosi volumi, tra cui L’Europa in guerra (PaperFirst, 2023), La Nato in guerra. Dal patto di difesa alla frenesia bellica (Dedalo, 2025).
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