Nei giorni scorsi, Joe Kent ha rassegnato le dimissioni dalla direzione del National Counterterrorism Center spiegando che «non posso in buona coscienza sostenere la guerra contro l’Iran. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per il nostro Paese ed è chiaro che questa guerra è stata scatenata per la pressione di Israele e della sua potente lobby negli Stati Uniti».

Secondo Joe Kent, non esisteva alcuna prova che indicasse un pericolo imminente di attacco iraniano agli Usa né un programma nucleare iraniano sul punto di completarsi, come ammesso anche dalla direttrice della National Intelligence Tulsi Gabbard.
Tulsi Gabbard conferma la versione di Joe Kent
Nel corso di un’audizione presso la Commissione Intelligence del Senato, la Gabbard ha sostanzialmente confermato le denunce di Joe Kent dichiarando che, secondo la valutazione del suo ufficio, il programma nucleare iraniano era stato “annientato” durante l’attacco dello scorso giugno e che da allora l’Iran non avrebbe intrapreso alcuno sforzo per ricostruirlo.
Nel momento in cui le è stato chiesto come queste stime possano conciliarsi con le dichiarazioni rese da Trump l’1 marzo secondo cui l’Operazione Epic Fury mirava a «eliminare la minaccia nucleare imminente rappresentata dal regime iraniano», la Gabbard ha affermato che «non spetta alla comunità d’intelligence stabilire cosa costituisca o meno una minaccia imminente. Questa è una decisione che spetta al presidente, sulla base dell’insieme di informazioni che riceve».
In una intervista rilasciata a Tucker Carlson, lo stesso Joe Kent ha rivelato, rivolgendosi all’assassinio dell’attivista Charlie Kirk, che «uno dei consiglieri più stretti di Trump, che sosteneva che non saremmo dovuti entrare in guerra contro l’Iran e che avremmo dovuto riconsiderare la nostra relazione con Israele, è stato improvvisamente assassinato e poi ci è stato detto di smettere di indagare al riguardo».
Più recentemente, il «New York Times» ha pubblicato un’inchiesta in cui si afferma che «mentre Stati Uniti e Israele si preparavano a entrare in guerra con l’Iran, il direttore del Mossad David Barnea sottopose al primo ministro Benjamin Netanyahu un piano operativo. Entro pochi giorni dall’inizio della guerra, il Mossad sarebbe stato in grado di galvanizzare l’opposizione iraniana — scatenando rivolte e altri atti di ribellione che avrebbero potuto portare persino al crollo del governo iraniano».
Barnea «presentò quindi la proposta agli alti funzionari dell’amministrazione Trump durante una visita a Washington a metà gennaio».
Nonostante i dubbi circa la realizzabilità del piano di Barnea circolati «tra gli alti funzionari americani e alcuni funzionari di altre agenzie di intelligence israeliane, sia il premier Netanyahu che il presidente Trump sembravano adottare una visione ottimista».
Eliminando i leader iraniani all’inizio del conflitto e implementando poi una serie di operazioni di intelligence volte a incoraggiare il cambio di regime come previsto dal piano di Barnea, «pensavano che ciò avrebbe potuto portare a una rivolta di massa in grado di porre fine alla guerra in tempi brevi».
Contrariamente alle aspettative, «a tre settimane dall’inizio della guerra, una rivolta iraniana non si è ancora concretizzata. Le valutazioni dell’intelligence americana e israeliana hanno concluso che il governo iraniano è indebolito ma integro, e che la diffusa paura delle forze militari e di polizia iraniane ha attenuato le prospettive sia di una ribellione nascente nel Paese, sia di incursioni transfrontaliere da parte di milizie che operano al di fuori dell’Iran».
La cosiddetta Israeli connection, circolante in seno all’universo Make America Great Again quantomeno dall’esplosione dell’affaire Epstein, risulta avvalorata da un documento dell’Fbi desecretato ai sensi dell’Epstein Files Transparency Act, in cui una fonte riservata dell’agenzia sostiene che Trump sia «compromesso da Israele», e che il vero cervello dell’amministrazione andrebbe individuato in Jared Kushner.
Roberto Vivaldelli

Giornalista e saggista. È autore di numerosi volumi, tra cui Fake news. Manipolazione e propaganda mediatica, dalla guerra in Siria al Russiagate (La Vela, 2017), Big tech. Sfida alla democrazia (Giubilei Regnani, 2023), Disordine Internazionale: dalla Guerra Fredda a Donald Trump. La crisi dell’egemonia liberale, dalla War on Terror all’Ucraina (Eiffel Edizioni, 2025).
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