La guerra israelo-statunitense contro l’Iran continua a imperversare, trascinando con sé l’intera area del Golfo Persico. Secondo Ray Dalio, fondatore dell’hedge fund Bridgewater Associates, «per gli Stati Uniti, perdere il controllo dello Stretto di Hormuz potrebbe equivalere a incappare in qualcosa di paragonabile a quello che la crisi di Suez del 1956 ha rappresentato per il Regno Unito».

Per Ray Dalio, «la storia ripete spesso scenari simili: un Paese apparentemente più debole sfida la potenza dominante per il controllo di una rotta commerciale fondamentale; la potenza dominante lancia minacce e il mondo intero osserva l’esito; poi, a seconda della vittoria o della sconfitta, le posizioni e il capitale vengono ridistribuiti».
Questa “battaglia decisiva”, «che determina la vittoria o la sconfitta, spesso ridefinisce rapidamente il corso della storia, poiché le persone e il denaro si riversano istintivamente verso il vincitore. Questo cambiamento si rifletterà direttamente sui mercati, influenzando le obbligazioni, le valute, l’oro e le strutture di potere geopolitiche più profonde».
L’ammonimento di Ray Dalio
«Se Trump riuscirà a mantenere le sue promesse di garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz e di contrastare la minaccia iraniana, ciò rafforzerà notevolmente la fiducia internazionale nella potenza degli Stati Uniti», scrive Ray Dalio.
Al contrario, «se lo Stretto di Hormuz cadesse nelle mani dell’Iran e venisse utilizzato come strumento di minaccia, il mondo ne diventerebbe “ostaggio”. Ciò non significa soltanto che la linea vitale energetica mondiale è stata “sequestrata”, ma anche che gli Stati Uniti, in questo conflitto, hanno provocato una guerra senza riuscire a vincerla. La credibilità di Trump ne risentirà direttamente, soprattutto alla luce delle sue precedenti dichiarazioni decise», conclude Ray Dalio.
Sul campo di battaglia, intanto, all’escalation israeliana, concretizzatasi sotto forma di assassinii politici di alto livello e bombardamento sia di un sito adiacente al reattore nucleare di Bushehr, sia delle infrastrutture energetiche preposte allo sfruttamento di South Pars (il più grande deposito di gas del mondo che l’Iran condivide con il Qatar), l’Iran ha risposto bersagliando impianti di estrazione, lavorazione e stoccaggio di petrolio e gas naturale di tutta la regione.
Nonché lanciando missili balistici contro la base anglo-statunitense di Diego Garcia, a quasi 4.000 km di distanza dalle coste iraniane.
Hezbollah combatte attivamente contro l’esercito israeliano nel sud del Libano, mentre le milizie sciite irachene colpiscono basi militari statunitensi e intimano al presidente siriano al-Jolani di non intervenire in Libano come richiesto dall’amministrazione Trump.
Secondo gli specialisti di Saudi Aramco, se la chiusura dello Stretto di Hormuz dovesse protrarsi, il prezzo del petrolio raggiungerebbe i 150 dollari per barile entro la metà di aprile, per poi salire a 165 dollari e infine a 180 dollari entro la fine del mese prossimo. Secondo Wood Mackenzie, un petrolio a 200 dollari per barile «non è al di fuori del novero delle possibilità».
La situazione ha raggiunto livelli di criticità tali da indurre il segretario al Tesoro Bessent ad annunciare la rimozione delle sanzioni nei confronti del petrolio iraniano.
L’impatto della guerra asimmetrica iraniana sta producendo risultati anche sul fronte monetario e finanziario. L’utilizzo internazionale del dollaro che dall’inizio della guerra ha accusato una riduzione del 5-6% a vantaggio soprattutto dello yuan-renminbi.
Di particolare impatto potrebbe rivelarsi, sul punto, l’applicazione dell’ipotesi ventilata da un funzionario iraniano alla «Cnn», secondo cui Teheran potrebbe autorizzare il transito per lo Stretto di Hormuz soltanto a petroliere il cui carico sia commercializzabile in yuan-renminbi. Per il momento, il governo iraniano ha proposto al Giappone un passaggio sicuro attraverso questo cruciale “collo di bottiglia”.
Allo stesso tempo, gli interessi sui Treasury a dieci, venti e trent’anni sono saliti (rispettivamente) oltre il 4,3 e il 4,7%, mentre il debito federale veleggia verso quota 40.000 miliardi di dollari e il Pentagono starebbe preparandosi, rivela il «Washington Post», a richiedere al Congresso un finanziamento supplementare di 200 miliardi di dollari per sostenere la guerra contro l’Iran.
Alessandro Visalli

Architetto, saggista, studioso di questioni politiche ed economiche, animatore del sito «Nella fertilità cresce il tempo». È autore dei volumi Dipendenza. Capitalismo e transizione multipolare (Meltemi, 2020) e Classe e partito. Ridare corpo al fantasma del collettivo (Meltemi, 2023).
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