Secondo il «New York Times», «mentre Stati Uniti e Israele si preparavano a entrare in guerra con l’Iran, il direttore del Mossad David Barnea sottopose al primo ministro Benjamin Netanyahu un piano operativo. Entro pochi giorni dall’inizio della guerra, il Mossad sarebbe stato in grado di galvanizzare l’opposizione iraniana — scatenando rivolte e altri atti di ribellione che avrebbero potuto portare persino al crollo del governo iraniano».

Barnea «presentò quindi la proposta agli alti funzionari dell’amministrazione Trump durante una visita a Washington a metà gennaio».
Nonostante i dubbi circa la realizzabilità del piano di Barnea circolati «tra gli alti funzionari americani e alcuni funzionari di altre agenzie di intelligence israeliane, sia il premier Netanyahu che il presidente Trump sembravano adottare una visione ottimista».
Eliminando i leader iraniani all’inizio del conflitto e implementando poi una serie di operazioni di intelligence volte a incoraggiare il cambio di regime come previsto dal piano di Barnea, «pensavano che ciò avrebbe potuto portare a una rivolta di massa in grado di porre fine alla guerra in tempi brevi».
Contrariamente alle aspettative e alle pianificazioni di Barnea, «a tre settimane dall’inizio della guerra, una rivolta iraniana non si è ancora concretizzata. Le valutazioni dell’intelligence americana e israeliana hanno concluso che il governo teocratico iraniano è indebolito ma integro, e che la diffusa paura delle forze militari e di polizia iraniane ha attenuato le prospettive sia di una ribellione nascente nel paese sia per milizie etniche fuori dall’Iran di lanciare incursioni transfrontaliere».
Il fallimento del piano di Barnea apre il varco all’escalation
Di fronte al fallimento, il presidente Trump ha intimato all’Iran di riaprire lo Stretto di Hormuz entro 48 ore, pena la distruzione di tutti gli impianti di produzione dell’energia elettrica, «a partire da quello più grande». L’ultimatum scaturisce dalla necessità tassativa di mitigare l’impatto devastante generato sulle catene di approvvigionamento globali e, a ricasco, sui prezzi dal blocco di quel cruciale “collo di bottiglia” disposto da Teheran. Le quotazione di petrolio, gas, benzina, diesel, fertilizzanti, ecc. sono salite letteralmente alle stelle.
Le autorità della Repubblica Islamica non si sono tuttavia lasciate intimidire. Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha chiarito che l’eventuale bombardamento delle centrali elettriche del Paese troverà immediata risposta con attacchi di rappresaglia contro infrastrutture energetiche in tutta la regione.
La presa di posizione di Teheran segue di poche ore la ritorsione simmetrica sferrata dalle forze armate iraniane rispetto all’attacco israeliano contro un edificio adiacente al reattore nucleare di Bushehr, sotto forma di bombardamento della città di Dimona, che ospita il cruciale Negev Nuclear Research Center.
Secondo Patricia Marins, analista militare ed ex ufficiale delle forze armate brasiliane, «i continui insuccessi potrebbero indurre Stati Uniti e Israele ad aprire gradualmente la finestra di Overton fino a trovarsi di fronte alla scelta tra la sconfitta totale o l’uso di armi nucleari tattiche».
L’attacco israeliano vicino al reattore iraniano «è un segnale inquietante. Stati Uniti e Israele si trovano con le spalle al muro, con opzioni sempre più limitate e una disperazione crescente. Non si tratta solo di un avvertimento: è una minaccia velata».
Per la Marins, «ci troviamo di fronte a uno scenario di grave carenza di munizioni contro un Iran ben trincerato e armato. Qualsiasi operazione di sbarco si trasformerebbe in un bagno di sangue».
A suo avviso, «di fronte a un numero crescente di fallimenti interni ed esterni, gli Stati Uniti e Israele spingeranno gradualmente la finestra di Overton fino a trovarsi di fronte alla scelta tra la sconfitta totale o l’uso di armi nucleari tattiche, in caso di un fallimento catastrofico delle operazioni di terra […]. Non credo che gli Stati Uniti intraprenderebbero una strada simile, ma non posso dire lo stesso per Israele».
Gianandrea Gaiani

Giornalista, saggista e direttore della rivista «Analisi Difesa». Dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. È autore di numerosi volumi, tra cui Immigrazione. La grande farsa umanitaria (Aracne Editrice, 2017) e L’ultima guerra contro l’Europa. Come e perché tra Russia, Ucraina e Nato le vittime designate siamo noi (Il Cerchio, 2023).
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