
Oltre all’aumento forsennato dei prezzi messo in luce dalla Von der Leyen, che interessa praticamente tutti i benchmark petroliferi, incombe minaccioso l’ancor più grave problema della scarsità, già materializzatosi in Asia e in Africa e destinato a declinarsi anche in Europa.
Oltre la Von der Leye: la svolta degli Emirati
In questo contesto descritto dalla Von der Leyen, gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato l’uscita dall’Opec e dall’Opec+, abbandonando l’organismo dopo quasi 60 anni e liberandosi così dai relativi vincoli di produzione.
Prima che il conflitto precludesse ai produttori arabi del Golfo la possibilità di esportare, gli Emirati Arabi Uniti estraevano quasi 3,4 milioni di barili al giorno, pari a circa il 3% dell’offerta mondiale di greggio. A marzo 2026, il Paese ha prodotto invece soltanto 2,37 milioni di barili al giorno, a fronte di una capacità di quasi 4,3 milioni. Abu Dhabi ha investito 150 miliardi di dollari per espandere la propria capacità produttiva e da alcuni anni spingeva per ottenere quote più alte dall’Opec, necessarie ad ammortizzare le spese sostenute finora.
Ma ancor più che da considerazioni meramente economiche, la decisione di Abu Dhabi sembra dettata da valutazioni geostrategiche, che segnalano la rottura definitiva con l’Arabia Saudita contestuale a un più rigoroso avvicinamento all’asse israelo-statunitense.
Demostenes Floros

Analista geopolitico ed economico, saggista e docente a contratto di geopolitica dell’energia presso l’Università di Padova. Dal 2019 è Senior Energy Economist presso il Centro Europa Ricerche (Cer) ed è coordinatore del corso di geopolitica organizzato dall’Università aperta di Imola. È autore di volumi Guerra e pace dell’energia. La strategia per il gas naturale dell’Italia tra Federazione Russa e Nato (Diarkos, 2019), e Crisi o transizione energetica. Come il conflitto in Ucraina cambia la strategia europea per la sostenibilità (Diarkos, 2022).
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