Il Pentagono sta disponendo un massiccio spostamento di truppe e mezzi militari statunitensi verso la regione del Golfo Persico, in vista – secondo alcuni – di un’operazione di sbarco in Iran, nella zona dello Stretto di Hormuz o dell’isola di Kharg.
Secondo Patricia Marins, analista militare ed ex ufficiale delle forze armate brasiliane, «Stati Uniti e Israele si trovano con le spalle al muro, con opzioni sempre più limitate e una disperazione crescente».
Patricia Marins: uno sbarco in Iran è pericolosissimo
A suo avviso, «ci troviamo di fronte a uno scenario di grave carenza di munizioni contro un Iran ben trincerato e armato. Qualsiasi operazione di sbarco in Iran si trasformerebbe in un bagno di sangue».

Ne consegue che, «di fronte a un numero crescente di fallimenti interni ed esterni, gli Stati Uniti e Israele spingeranno gradualmente la finestra di Overton fino a trovarsi di fronte alla scelta tra la sconfitta totale o l’uso di armi nucleari tattiche, in caso di un fallimento catastrofico delle operazioni di terra […]. Non credo che gli Stati Uniti intraprenderebbero una strada simile, ma non posso dire lo stesso per Israele».
Nelle scorse ore, il presidente Trump si è reso protagonista dell’ennesimo colpo di scena. Dopo aver intimato all’Iran di riaprire lo Stretto di Hormuz entro 48 ore, pena la distruzione di tutti gli impianti di produzione dell’energia elettrica, l’inquilino della Casa Bianca ha annunciato una proroga della scadenza di cinque giorni, adducendo considerevoli sviluppi nei negoziati in corso con le controparti iraniane.
Le quali, dopo aver minacciato ritorsioni simmetriche e asimmetriche su tutta la regione in caso di attacco contro le proprie infrastrutture energetiche, hanno negato l’esistenza di qualsiasi forma di trattativa in corso e proclamato la continuazione della guerra fintantoché gli obiettivi non saranno raggiunti.
Nel breve lasso di tempo intercorso tra l’uscita di Trump e la smentita delle autorità iraniane, il prezzo del petrolio ha subito un crollo fragoroso. Stesso discorso vale per i rendimenti dei Treasury a dieci, venti e trent’anni, mentre i tre principali indici azionari hanno registrato una risalita dopo circa un mese di caduta.
Nel quarto d’ora precedente all’annuncio di Trump, l’indice Standard & Poor’s 500 ha registrato il collocamento di contratti future per un controvalore di 1,5 miliardi di dollari, valorizzatisi pienamente in seguito alla dichiarazione pubblica riguardante lo stato d’avanzamento delle presunte trattative con Teheran.
Nelle ore antecedenti, invece, le forze armate iraniane avevano risposto all’attacco israeliano contro un edificio situato nelle adiacenze del reattore nucleare di Bushehr con un massiccio attacco missilistico su Dimona, città israeliana che ospita il cruciale Negev Nuclear Research Center.
Hezbollah, dal canto suo, continua a sostenere intensi combattimenti con l’esercito israeliano nell’alta Galilea, mentre le milizie sciite irachene proseguono gli attacchi contro le basi statunitensi all’interno del Paese – spingendole a smobilitare – e minacciano di invadere la Siria nel caso cui le forze agli ordini di al-Jolani sconfinino in Libano.
Anche gli Houthi yemeniti ventilano la possibilità di intervenire a fronte di un’eventuale discesa in campo dell’Arabia Saudita, che secondo il «Wall Street Journal» ha «silenziosamente permesso alle forze statunitensi di utilizzare la base aerea King Fahd per gli attacchi all’Iran, nell’ambito di un’inversione a 180° della posizione pre-guerra sposata da Riad. Il principe ereditario Mohammad Bin-Salman è ora ritenuto in procinto di ufficializzare la partecipazione del regno alla campagna militare». Che potrebbe anche portare a uno sbarco in Iran.
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