Fonti di alto livello del Golfo Persico hanno confidato al «Telegraph» che gli iraniani non sono assolutamente disponibili a riattivare i negoziati con Steve Witkoff e Jared Kushner.

La ragione è semplice: Steve Witkoff e Jared Kushner sono accusati di aver pugnalato alle spalle la Repubblica Islamica convincendo il presidente Trump ad attaccare a colloqui ancora in corso.
Con chi tratterà Teheran, se non con Steve Witkoff e Jared Kushner?
Le autorità di Teheran avrebbero identificato nel vicepresidente Jd Vance il negoziatore sostitutivo a Steve Witkoff e Jared Kushner.
La notizia si inscrive in un quadro generale in continua evoluzione. Stando a quanto riportato dal «New York Times» e dall’emittente israeliana «Channel 12», l’amministrazione Trump avrebbe fatto pervenire alle autorità iraniane tramite mediatori pakistani un piano in 15 punti per porre fine alle ostilità.
Le clausole statunitensi contemplerebbero lo smantellamento delle capacità nucleari iraniane, il divieto di arricchimento dell’uranio sul territorio iraniano e l’obbligo per Teheran di consegnare le sue scorte di uranio altamente arricchito all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea).
Tra le richieste figurano anche lo smantellamento degli impianti nucleari di Natanz, Isfahan e Fordow, la concessione del pieno accesso alle strutture a personale dell’Aiea e la dismissione de facto dell’Asse della Resistenza.
Altre richieste includono il mantenimento della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, la limitazione del programma missilistico iraniano in termini di gittata e quantità e la restrizione di qualsiasi futuro utilizzo di missili al solo scopo di autodifesa.
In cambio, l’Iran otterrebbe la completa revoca delle sanzioni, il sostegno degli Stati Uniti al suo programma nucleare civile, inclusa la produzione di energia elettrica presso l’impianto di Bushehr e la rimozione del meccanismo di snapback che fino ad ora ha comportato il ripristino automatico delle sanzioni.
Il «New York Times» chiarisce che «non è chiaro in che misura il piano sia stato diffuso tra i funzionari iraniani e se l’Iran sia disposto ad accettarlo come base per i negoziati. Non è nemmeno chiaro se Israele, che ha bombardato l’Iran insieme agli Stati Uniti, abbia appoggiato la proposta».
Nei giorni precedenti, Trump aveva intimato all’Iran di riaprire lo Stretto di Hormuz entro 48 ore, pena la distruzione di tutti gli impianti di produzione dell’energia elettrica, per poi annunciare una proroga della scadenza di cinque giorni, adducendo considerevoli sviluppi nei negoziati in corso con le controparti iraniane.
Sul campo di battaglia, le forze armate iraniane hanno risposto all’attacco israeliano contro un edificio situato nelle adiacenze del reattore nucleare di Bushehr con un massiccio attacco missilistico su Dimona, città israeliana che ospita il cruciale Negev Nuclear Research Center.
Hezbollah, dal canto suo, continua a sostenere intensi combattimenti con l’esercito israeliano nell’alta Galilea, mentre le milizie sciite irachene proseguono gli attacchi contro le basi statunitensi all’interno del Paese – spingendole a smobilitare – e minacciano di invadere la Siria nel caso cui le forze agli ordini di al-Jolani sconfinino in Libano.
Anche gli Houthi yemeniti ventilano la possibilità di intervenire a fronte di un’eventuale discesa in campo dell’Arabia Saudita, che secondo il «Wall Street Journal» ha «silenziosamente permesso alle forze statunitensi di utilizzare la base aerea King Fahd per gli attacchi all’Iran, nell’ambito di un’inversione a 180° della posizione pre-guerra sposata da Riad. Il principe ereditario Mohammad Bin-Salman è ora ritenuto in procinto di ufficializzare la partecipazione del regno alla campagna militare contro l’Iran».
Gli stessi Emirati Arabi Uniti sarebbero sul punto di entrare in gioco, consentendo al premier Netanyahu di conseguire l’agognato obiettivo di allargare il fronte anti-iraniano.
Parallelamente, il Pentagono sta disponendo un massiccio spostamento di truppe e mezzi militari statunitensi verso la regione del Golfo Persico, in vista – secondo alcuni – di un’operazione di sbarco nella zona dello Stretto di Hormuz, che per ora rimane chiuso per le navi riconducibili a Paesi ostili all’Iran, ma aperto per tutti gli altri.
Davide Montingelli

Analista militare, studioso di questioni geostrategiche e gestore dell’omonimo canale YouTube.
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