Secondo quanto riportato dal «New York Times» sulla base di confidenze rese da anonimi funzionari statunitensi, emissari del governo di Washington avrebbero fatto pervenire all’Iran tramite le autorità pakistane un piano in 15 punti per porre fine alla guerra. Gli autori dello scoop non hanno avuto modo di visionare il piano, ma sono stati edotti dalle loro fonti in merito agli aspetti fondamentali della proposta.

Nello specifico, Jared Kushner e Steve Witkoff avrebbero elaborato una proposta incentrata su un cessate il fuoco di un mese, durante il quale le parti lavorerebbero per discutere questo piano in 15 punti.
Cosa prevede il piano in 15 punti
L’emittente israeliana «Channel 12», che ha avuto accesso a informazioni più dettagliate, afferma che le clausole statunitensi contemplerebbero lo smantellamento delle capacità nucleari iraniane, il divieto di arricchimento dell’uranio sul territorio iraniano e l’obbligo per Teheran di consegnare le sue scorte di uranio altamente arricchito all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea).
Tra le richieste figurano anche lo smantellamento degli impianti nucleari di Natanz, Isfahan e Fordow, la concessione del pieno accesso alle strutture a personale dell’Aiea e la dismissione de facto dell’Asse della Resistenza.
Altre richieste includono il mantenimento della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, la limitazione del programma missilistico iraniano in termini di gittata e quantità e la restrizione di qualsiasi futuro utilizzo di missili al solo scopo di autodifesa.
In cambio, l’Iran otterrebbe la completa revoca delle sanzioni, il sostegno degli Stati Uniti al suo programma nucleare civile, inclusa la produzione di energia elettrica presso l’impianto di Bushehr e la rimozione del meccanismo di snapback che fino ad ora ha comportato il ripristino automatico delle sanzioni.
Stando alla ricostruzione di «Channel 12», gli Stati Uniti starebbero perfino discutendo, di concerto con mediatori pakistani, egiziani e turchi, la possibilità di organizzare un “vertice di pace” nei prossimi giorni.
Il «New York Times», dal canto suo, chiarisce che «non è chiaro in quale misura il piano sia stato diffuso tra i funzionari iraniani e se l’Iran sia disposto o meno ad accettarlo come base per i negoziati. Non è nemmeno chiaro se Israele, che ha bombardato l’Iran insieme agli Stati Uniti, abbia appoggiato la proposta».
Funzionari sia statunitensi che israeliani hanno comunque dichiarato di non aspettarsi un tregua, né tantomeno la fine della guerra, prima di due o tre settimane, in quanto il raggiungimento di un accordo richiederà tempo. L’intelligence israeliana stima che le divergenze tra le parti siano ancora molto ampie.
La «Cnn» riferisce in proposito che le autorità iraniane avrebbero espresso all’amministrazione Trump la propria totale indisponibilità a riprendere i negoziati con Steve Witkoff e Jared Kushner, indicando nel vicepresidente Jd Vance l’unica figura accettabile.
La notizia irrompe mentre, stando ai risultati di un sondaggio realizzato da «Reuters», il tasso di gradimento domestico nei confronti del presidente Trump è crollato al nuovo picco basso del 36%, sulla scia di costanti aumenti del prezzo dei carburanti.
Sul campo di battaglia, la guerra imperversa senza un’apparente via d’uscita. Lo Stretto di Hormuz rimane chiuso per le navi riconducibili a Paesi ostili all’Iran, mentre le forze missilistiche della Repubblica Islamica continuano a bersagliare Israele e le monarchie sunnite del Golfo Persico nonostante le reiterate rassicurazioni dell’amministrazione Trump secondo cui l’Iran è stato definitivamente sconfitto.
Marco Carnelos

Saggista ed ex diplomatico con all’attivo incarichi in Somalia, Iraq e Nazioni Unite. Presiede la società di consulenza McGeopolicy e collabora con la testata «Middle East Eye». È autore del volume, scritto assieme a Giovanni Castellaneta, Berlusconi, il mondo secondo lui. Una lezione di politica estera nell’attuale disordine globale (Guerini e Associati, 2026).
SOSTEGNO












