Gli israeliani hanno colpito con un raid aereo le infrastrutture energetiche preposte allo sfruttamento di South Pars, il più grande deposito di gas del mondo che l’Iran condivide con il Qatar, a poche ore di distanza dall’assassinio del segretario generale del Consiglio per la Sicurezza Nazionale iraniana Ali Larijani e del comandante dei Basij Gholamreza Soleimani.

La decisione di Israele di colpire South Pars segna una grave e pericolosissima escalation del conflitto, alimentando i timori di una significativa interruzione delle forniture energetiche internazionali.
Anche perché, come ampiamente prevedibile, l’Iran ha prontamente reagito al raid su South Pars bersagliando infrastrutture energetiche in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrain.
Le autorità di Abu Dhabi hanno dichiarato di essere state costrette a sospendere le attività presso l’impianto di gas di Habshan e il giacimento di Bab a causa degli attacchi iraniani, definiti una «pericolosa escalation» del conflitto.
Ras Laffan, in Qatar, sede del più grande hub mondiale per la produzione di gas naturale liquefatto, ha subito «ingenti danni a seguito degli attacchi iraniani», secondo quanto dichiarato dal colosso statale QatarEnergy. La quale ha segnalato «incendi di notevoli dimensioni» e danni significativi a diversi impianti all’interno dell’hub.
Trump: distruggerò South Pars se l’Iran non si ferma
Il presidente Trump ha intimato all’Iran di interrompere immediatamente gli attacchi contro le monarchie sunnite del Golfo Persico. In caso contrario, «gli Stati Uniti d’America, con o senza l’aiuto o il consenso di Israele, faranno saltare in aria l’intero giacimento di gas di South Pars con una potenza e una forza che l’Iran non ha mai visto prima».
Lo stesso Trump ha tuttavia assicurato che Israele non attaccherà nuovamente South Pars qualora l’Iran si orientasse verso una de-escalation, dopo aver affermato che gli Stati Uniti non erano a conoscenza dell’intenzione israeliana di attaccare il giacimento.
Le dichiarazioni dell’inquilino della Casa Bianca risultano del tutto inconciliabili con quanto riferito dal «Wall Street Journal» sulla base delle confidenze rese da svariati anonimi funzionari statunitensi, secondo cui il raid israeliano era stato preventivamente approvato dal presidente Trump al fine di incrementare la pressione su Teheran affinché riaprisse lo Stretto di Hormuz.
Parallelamente, Joe Kent ha rassegnato le dimissioni dalla direzione del National Counterterrorism Center spiegando che «non posso in buona coscienza sostenere la guerra contro l’Iran. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per il nostro Paese ed è chiaro che questa guerra è stata scatenata per la pressione di Israele e della sua potente lobby negli Stati Uniti».
In una intervista rilasciata a Tucker Carlson, lo stesso Kent ha rivelato, rivolgendosi all’assassinio dell’attivista Charlie Kirk, che «uno dei consiglieri più stretti di Trump, che sosteneva che non saremmo dovuti entrare in guerra contro l’Iran e che avremmo dovuto riconsiderare la nostra relazione con Israele, è stato improvvisamente assassinato e poi ci è stato detto di smettere di indagare al riguardo».
La direttrice della National Intelligence Tulsi Gabbard, invece, ha dichiarato dinnanzi alla Commissione Intelligence del Senato che, secondo la valutazione del suo ufficio, il programma nucleare iraniano era stato “annientato” durante l’attacco dello scorso giugno e che da allora l’Iran non avrebbe intrapreso alcuno sforzo per ricostruirlo.
Nel momento in cui le è stato chiesto come queste stime possano conciliarsi con le dichiarazioni rese da Trump il 28 febbraio secondo cui l’Operazione Epic Fury mirava a «eliminare la minaccia nucleare imminente rappresentata dal regime iraniano», la Gabbard ha affermato che «non spetta alla comunità d’intelligence stabilire cosa costituisca o meno una minaccia imminente. Questa è una decisione che spetta al presidente, sulla base dell’insieme di informazioni che riceve».
Marco Bertolini

Generale di corpo d’armata e saggista. È stato alla testa del Comando Operativo di Vertice Interforze e in precedenza del Comando Interforze per le Operazioni delle Forze Speciali, della Brigata Paracadutisti Folgore e del 9° reggimento incursori Col Moschin. Ha ricoperto numerosi incarichi in molti teatri operativi tra i quali Libano, Somalia, Balcani e Afghanistan. È autore di numerosi volumi, tra cui Militarmente scorretto. Sovranità, libertà, dignità. Riflessioni di un soldato italiano (Eclettica Edizioni, 2020), Guerra e pace al tempo di Putin. Genesi del conflitto ucraino e nuovi equilibri internazionali (Cantagalli, 2022).
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