Nei giorni scorsi, il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba si è recato a Guangzhou per incontrare il suo omologo Wang Yi e invocare un maggiore coinvolgimento di Pechino nella ricerca di soluzioni al conflitto con la Russia. Parallelamente, a Pechino, 14 formazioni politiche palestinesi hanno sottoscritto grazie alla mediazione cinese un accordo per «porre fine alla divisione e rafforzare l’unità palestinese» nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Un anno fa, l’intercessione cinese aveva reso possibile la riapertura delle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita. La diplomazia cinese sta in altri termini acquisendo autorevolezza a prestigio internazionale, in una fase di crescenti tensioni con gli Stati Uniti incentrate su temi cruciali quali commercio, tecnologia, proiezione geopolitica. Nel documento finale sottoscritto recentemente a Washington dai Paesi membri della Nato, la Cina è stata addirittura identificata come minaccia alla sicurezza dell’area euro-atlantica e invitata a modificare sostanzialmente la propria linea d’azione, dopo che il segretario al Tesoro statunitense Janet Yellen aveva accusato l’ex Celeste Impero di distorcere il mercato attraverso la propria “sovraccapacità produttiva”. Dal canto suo, la Cina respinge le accuse e imposta le proprie contromosse, focalizzate soprattutto sul settore finanziario. Quale dinamica evolutiva caratterizzerà i rapporti sino-statunitensi? Cerchiamo di comprenderlo assieme a Michele Geraci, ingegnere elettronico ed economista con trascorsi in diverse banche d’affari. È stato direttore della sezione dedicata alla Cina del Global Policy Institute di Londra e docente di finanza presso la New York University a Shanghai e la Zhejiang University ad Guangzhou.
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