Nei giorni scorsi, il presidente Trump ha annunciato la finalizzazione di un accordo con il governo di Caracas che assicura agli Stati Uniti «il controllo di maggioranza di oltre 65 miliardi di barili di riserve petrolifere venezuelane».

L’intesa, riporta il sito ufficiale della Casa Bianca, «amplierà enormemente le attuali riserve territoriali accertate statunitensi, pari a circa 46 miliardi di barili. L’audace politica estera del presidente Trump sta portando a successi in nome dell’America First: questo accordo aumenta notevolmente le riserve petrolifere americane, rafforza drasticamente l’approvvigionamento di petrolio e contribuisce a ridurre i prezzi della benzina per i cittadini americani, senza alcun costo per i contribuenti!».
111 miliardi di barili: un mare di petrolio in mano statunitense
Sommando i 65 miliardi di barili previsti dall’accordo ai 46 menzionati da Trump, gli Stati Uniti assumerebbero il controllo diretto e indiretto di circa 111 miliardi di barili di petrolio, su un totale di 1.570 miliardi di barili di riserve accertate di petrolio greggio a livello globale. Gli Stati Uniti disporrebbero in altri termini di oltre il 7% delle riserve mondiali, affiancando gli Emirati Arabi Uniti (113 miliardi di barili) e superando il Kuwait (102 miliardi di barili).
Allo stato attuale, però, l’agognata riduzione dei prezzi della benzina per i consumatori statunitensi proclamata da Trump sembra ben lontana dal materializzarsi. I dati indicano che, negli Stati Uniti, il prezzo alla pompa va da un minimo di 3,81 a un massimo di 5,83 dollari per gallone, con tutta la costa occidentale del Paese che registra le quotazioni più elevate.
La situazione sembra inoltre destinata a peggiorare, alla luce della riattivazione delle importazioni di petrolio da parte della Cina; della pericolosissima riduzione delle riserve strategiche statunitensi, precipitate a quota 286,6 milioni di barili al 28 agosto; dal crollo dei transiti attraverso lo Stretto di Hormuz; degli attacchi di Ansarallah contro gli impianti petroliferi sauditi; del ridimensionamento della capacità di raffinazione degli impianti russi dovuti agli attacchi ucraini.
Il “cuscinetto energetico” di cui gli Stati Uniti si sono avvalsi nel corso degli ultimi mesi per mitigare le pressioni al rialzo sui prezzi degli idrocarburi generate dal conflitto nel Golfo Persico sta in altri termini esaurendosi. Le implicazioni sono molto pericolose per gli Stati Uniti, alle prese con una situazione debitoria pesantissima, rendimenti dei Treasury fuori controllo e la difficile gestione di quella che si configura come la più imponente bolla speculativa di tutti i tempi.
Giuliano Garavini

Storico e professore di storia delle relazioni internazionali all’Università Roma Tre. È autore di numerosi volumi, tra cui Dopo gli imperi. L’integrazione europea nello scontro Nord-Sud (Le Monnier, 2009), The rise and fall of Opec in the Twentieth Century (Oxford University Press, 2019).
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