Lo scorso gennaio, gli argentini hanno eletto come presidente Javier Milei, l’ultraliberista chiamato a mantenere in linea di galleggiamento un Paese che ormai da decenni versa in uno stato emergenza economica estrema – detiene il più alto debito nei confronti del Fondo Monetario Internazionale, pari a circa 44 miliardi di dollari – che ha portato al di sotto della soglia di povertà più della metà dei 46 milioni di abitanti. Una situazione che scaturisce da precise responsabilità politiche di classi dirigenti alternatesi nel corso del tempo senza conseguire alcun risultato apprezzabile. Il programma di Milei prevedeva – tra le altre cose – l’abolizione della Banca Centrale, l’imposizione del dollaro come moneta ufficiale argentina, l’eliminazione di qualsiasi intervento forma di intervento pubblico e l’adozione di una politica estera rigorosamente allineata a quella degli Stati Uniti. L’intraprendenza del presidente è stata ostacolata dallo scarso peso che il suo partito, La Libertad Avanza, ha in seno al Congresso, ma a otto mesi di distanza dalle elezioni che hanno consegnato a Milei la presidenza dell’Argentina è possibile fare un bilancio della situazione. A febbraio, il Ministero dell’Economia ha annunciato con entusiasmo il primo surplus fiscale da decenni, ma il prezzo per ottenerlo si è rivelato salatissimo: sospensione di tutti i lavori pubblici (è stato bloccato l’86% dei cantieri), dimezzamento del personale nei ministeri, liberalizzazione dei contratti d’affitto, taglio dei fondi alle province, svalutazione del peso argentino di un ulteriore 50%. Il risultato è consistito in un incremento astronomico dell’inflazione, dei livelli d’indigenza (14% della popolazione) e del tasso di povertà (57% della popolazione). Di recente, ha suscitato scalpore la “sparizione” delle riserve auree argentine, trasferite dai forzieri della Banca Centrale di Buonos Aires all’estero per ragioni che il ministro dell’Economia Caputo ha ricondotto alla necessità di «smuovere capitali», altrimenti immobilizzati in patria senza alcun ritorno. Parliamo di tutto questo assieme a Rosa Scamardella, studiosa di economia e relazioni internazionali che vive tra Italia e Argentina.
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