In un editoriale per il «New York Times», il politologo Robert Pape ha invece avanzato la tesi che il conflitto starebbe trasformando l’Iran in una grande potenza, di rango paragonabile a quelle statunitense, cinese e russa.

A suo avviso, «se l’incertezza persiste, l’assetto del Golfo cambierà inevitabilmente, lasciando il posto a un diverso ordine regionale, in cui gli Stati del Golfo si adatteranno sempre più all’attore che può influenzare più direttamente l’affidabilità delle loro esportazioni. Questo attore ora è l’Iran».
Pe Robert Pape, le conseguenze globali «saranno più evidenti in Asia. Giappone, Corea del Sud e India dipendono fortemente dall’energia del Golfo. Anche la Cina, sebbene più diversificata, dipende dalla regione per una quota consistente delle sue importazioni energetiche. Queste dipendenze sono radicate nelle infrastrutture: raffinerie, rotte marittime e sistemi di stoccaggio che non possono essere riconfigurati rapidamente».
Se «l’interruzione dell’approvvigionamento energetico persiste, gli effetti saranno diffusi. L’aumento dei costi assicurativi e di trasporto farà salire i prezzi. La bilancia commerciale peggiorerà. Le valute si indeboliranno. L’inflazione aumenterà. La dipendenza energetica inizierà a influenzare le politiche. I governi daranno priorità all’accesso all’energia. Le opzioni diplomatiche si restringeranno. Le azioni che rischiano di generare ulteriore instabilità diventeranno più difficili da sostenere. Un mondo simile a quello degli anni ‘70, in cui gli shock petroliferi portavano ad anni di stagflazione, non sarà più un lontano ricordo, ma una realtà imminente. Ancora una volta, l’Iran ne trarrà vantaggio».
La Cina, argomento Robert Pape, «dipende dall’energia del Golfo per sostenere la propria crescita. La Russia beneficia di prezzi energetici più elevati e volatili. L’Iran trae vantaggio dalla sua posizione strategica nel punto nevralgico di Hormuz».
Ognuna di queste tre nazioni, scrive Robert Pape, «ha incentivi che contrastano la stabilità economica degli Stati Uniti e dei loro alleati. Queste tre nazioni non hanno bisogno di coordinarsi in modo formale. La struttura del sistema le spinge nella stessa direzione. È così che emerge un nuovo ordine: non attraverso un’alleanza formale (almeno non all’inizio), ma attraverso incentivi convergenti che si rafforzano a vicenda nel tempo».
Altri scenari plausibili nel nuovo ordine mondiale emergente «sono ancora più cupi».
Pape invita a immaginare «un Iran che controlla circa il 20% del petrolio mondiale, la Russia circa l’11% e la Cina in grado di assorbire gran parte di tale offerta. Formerebbero un cartello per negare all’Occidente il 30% del petrolio mondiale. Non serve un’analisi sofisticata per riconoscere le conseguenze catastrofiche: un declino vertiginoso del potere per gli Stati Uniti e l’Europa e uno spostamento globale verso Cina, Russia e Iran».
Le conclusioni di Robert Pape
Ne consegue che, evidenzia Robert Pape, «gli Stati Uniti si trovano di fronte a una scelta difficile: impegnarsi in uno sforzo a lungo termine per riaffermare il controllo sullo Stretto di Hormuz, oppure accettare un nuovo assetto energetico globale in cui il controllo statunitense non è più garantito».
Se «optano per l’accettazione, l’esito è chiaro: il sistema internazionale si riorganizzerà con l’Iran come quarto centro di potere globale».
Tuttavia, «se gli Stati Uniti scelgono di riaffermare il controllo militare, li attende una lunga battaglia, che potrebbero benissimo perdere. La guerra con l’Iran non è un conflitto militare dal quale gli Stati Uniti possono semplicemente ritirarsi, tornando alla situazione precedente».
L’Iran «chiederebbe certamente un prezzo elevato in un nuovo accordo con gli Stati Uniti, ma questo prezzo sarà sicuramente inferiore a quello di un futuro alternativo. Questa è una guerra trasformativa e, se questi cambiamenti dovessero protrarsi anche solo per pochi anni, l’ordine globale cambierebbe in modo irreversibile».
Il fallimento dei negoziati
Sul palcoscenico, intanto, ad appena 21 ore di colloqui, i negoziati tra Iran e Stati Uniti a Islamabad sono naufragati. Stando alle ricostruzioni, la delegazione iraniana avrebbe manifestato una incrollabile determinazione a mantenere il controllo sullo Stretto di Hormuz e a estendere la cessazione delle ostilità al Libano.
Sul «Washington Post», Marc Thiessen, ex scrittore dei discorsi di Donald Rumsfeld e George W. Bush, aveva suggerito di “ammorbidire” gli iraniani «sferrando un ultimo attacco ai vertici, eliminando i funzionari iraniani che erano stati risparmiati ai fini dei negoziati. I leader iraniani devono capire che le loro vite dipendono letteralmente dal raggiungimento di un accordo negoziato di gradimento a Trump. Se si rifiutano, verranno uccisi».
Nell’annunciare l’esito fallimentare delle trattative, il vicepresidente Jd Vance ha affermato che «torneremo negli Stati Uniti senza aver raggiunto un accordo. Questa è una brutta notizia per l’Iran, molto più che una brutta notizia per gli Stati Uniti».
Poche ore dopo, il presidente Trump ha avvertito che le forze statunitensi avrebbero immediatamente implementato «il processo di blocco di tutte le navi che tentano di entrare o uscire dallo Stretto di Hormuz».
A suo avviso, «a un certo punto arriveremo a un accordo in cui tutti possono entrare e tutti possono uscire, ma finora l’Iran non ha permesso che ciò accada».
Allo stato attuale, l’idea è quella di impiegare la marina militare statunitense per «intercettare ogni nave nelle acque internazionali che abbia pagato un pedaggio all’Iran. Nessuno di coloro che pagheranno un pedaggio illegale beneficeranno di un passaggio sicuro in alto mare». Con tutto ciò che ne consegue in termini di ulteriore incremento dei prezzi dell’energia.
Il portavoce delle Guardie Rivoluzionarie Ebrahim Zolfaghari ha reagito mettendo in chiaro che «se la sicurezza dei porti della Repubblica Islamica dell’Iran è minacciata, nessun porto nel Golfo Persico e nel Mar di Oman sarà al sicuro».
Mohammad Bagher Qalibaf, presidente del parlamento iraniano che ha guidato la delegazione iraniana durante i colloqui di Islamabad, ha invece pubblicato un post sul suo profilo X in cui si invita i cittadini statunitensi a «godersi i prezzi attuali alla pompa di benzina», a commento di una mappa raffigurante i prezzi delle stazioni di servizio nelle prossimità della Casa Bianca. «Con il cosiddetto “blocco”, presto rimpiangerete la benzina a 4–5 dollari per gallone», ha affermato Qalibaf.
Roberto Iannuzzi

Arabista, saggista, analista geopolitico e gestore del sito «Intelligence for the People». È autore dei volumi Geopolitica del collasso. Iran, Siria e Medio Oriente nel contesto della crisi globale (Castelvecchi, 2014), Se Washington perde il controllo. Crisi dell’unipolarismo americano in Medio Oriente e nel mondo (Castelvecchi, 2017), e Il 7 ottobre tra verità e propaganda. L’attacco di Hamas e i punti oscuri della narrazione israeliana (Fazi, 2024).
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