Mentre si concludeva il viaggio del presidente Trump a Pechino, nel corso del quale l’inquilino della Casa Bianca ha mantenuto toni estremamente concilianti, la rivista «The Atlantic» pubblicava un clamoroso editoriale a firma di Robert Kagan.

Vale a dire un neoconservatore a 24 carati, marito di Victoria Nuland e principale architetto ideologico delle guerre mediorientali statunitensi sferrate sotto l’amministrazione Bush jr. Nel pezzo, Robert Kagan ha affermato che, a differenza dei precedenti rovesci subiti dagli Stati Uniti, «la sconfitta nell’attuale confronto con l’Iran avrà una natura completamente diversa. Non potrà essere né riparata né ignorata».
Per Robert Kagan, «non ci sarà un ritorno allo status quo ante, nessun trionfo americano definitivo che annulli o superi il danno arrecato. Lo Stretto di Hormuz non sarà “aperto”, come lo era un tempo».
Grazie al controllo dello stretto, «l’Iran emerge come attore chiave nella regione e uno dei principali attori a livello mondiale. Il ruolo di Cina e Russia, in quanto alleate dell’Iran, si rafforza; quello degli Stati Uniti, invece, si riduce drasticamente».
Inoltre, sottolinea Robert Kagan, «lungi dal dimostrare la superiorità americana, come i sostenitori della guerra hanno ripetutamente affermato, il conflitto ha rivelato un’America inaffidabile e incapace di portare a termine ciò che ha iniziato. Questo innescherà una reazione a catena in tutto il mondo, mentre amici e nemici si adatteranno al fallimento americano».
Il verdetto di Robert Kagan è inappellabile: «la sconfitta americana nel Golfo avrà ripercussioni globali più ampie. Il mondo intero può constatare che poche settimane di guerra contro una potenza di secondo rango hanno ridotto le scorte di armi americane a livelli pericolosamente bassi, senza che si intraveda una soluzione rapida. Gli interrogativi che ciò solleva sulla prontezza degli Stati Uniti ad affrontare un altro conflitto di vasta portata potrebbero, o meno, spingere Xi Jinping a lanciare un attacco a Taiwan, o Vladimir Putin ad intensificare la sua aggressività contro l’Europa».
Ma «quantomeno, gli alleati americani in Asia orientale e in Europa devono interrogarsi sulla capacità di resistenza americana in caso di futuri conflitti. L’adattamento globale a un mondo post-americano sta accelerando. La posizione un tempo dominante degli Stati Uniti nel Golfo è solo la prima di molte vittime».
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