Secondo un recente studio condotto da Jp Morgan, l’intervento statunitense contro l’Iran va interpretato come una manovra atta a ostacolare indirettamente la Cina.

La quale acquista l’80% del petrolio iraniano e ha instaurato con la Repubblica Islamica una partnership strategica da 400 miliardi di dollari. Nella visione delineata da Jp Morgan, colpire l’Iran significa colpire un nodo energetico e geopolitico fondamentale per Pechino.
Le valutazioni di Jp Morgan
Lo scontro, sottolineano gli specialisti di Jp Morgan, si sta tuttavia combattendo anche su un piano energetico più ampio, e la Cina lo sta vincendo non soltanto perché produce più pannelli solari o più batterie, ma perché sta costruendo un vantaggio sistemico.
Da un lato, rileva Jp Morgan, Pechino continua ad avvalersi del carbone come scudo rispetto alla volatilità globale di petrolio e gas; dall’altro domina le filiere delle tecnologie pulite, accelera sull’elettrificazione e investe in capacità manifatturiera anche fuori dai propri confini.
Gli Stati Uniti, al contrario, si affidano soprattutto alla forza del proprio comparto fossile, ma rischiano di restare più esposti sulle catene di approvvigionamento decisive per la transizione energetica.
La Cina controlla oltre l’80% della capacità manifatturiera mondiale di celle fotovoltaiche, produce il 75% dei moduli solari globali e detiene quasi il 100% della capacità produttiva di wafer. Controlla inoltre oltre il 90% dei magneti permanenti, e circa l’80% delle batterie.
Il dominio si estende ai minerali critici raffinati: 95% del gallio, 80% della grafite, 70% delle terre rare, circa il 60% del litio. Secondo Jp Morgan, è proprio qui il vero collo di bottiglia strategico: non tanto l’estrazione, quanto la raffinazione e la produzione di componenti finiti.
Nel 2025 Pechino ha anche iniziato a usare questo vantaggio come leva geopolitica.
Prima ha sospeso temporaneamente l’export di terre rare verso gli Usa, poi ha introdotto l’obbligo di licenza per tutti i prodotti contenenti più dello 0,1% in valore di terre rare cinesi o realizzati con macchinari cinesi. Una misura che il report legge come risposta speculare alle restrizioni americane sui semiconduttori.
Alla luce di tutto questo, resta da vedere cosa il presidente Trump dirà al leader cinese Xi Jinping in occasione del vertice di Pechino, previsto per il 14 e 15 maggio. Lo ha annunciato nei giorni scorsi la portavoce della Casa Bianca, spiegando che lo slittamento del vertice, previsto per il periodo a cavallo tra la fine di marzo e l’inizio di aprile, andava ricondotto all’esigenza del governo di Washington di gestire la guerra in corso contro l’Iran.
Per il momento, a dispetto dei proclami trionfalistici di Washington, l’attuale leadership di Teheran rifiuta qualsiasi tipo di accomodamento, le forze armate iraniane continuano a colpire con durezza obiettivi in tutta la regione e dell’uranio arricchito nella disponibilità della Repubblica Islamica si è persa traccia.
Soprattutto, lo Stretto di Hormuz rimane soggetto a chiusura selettiva, con il passaggio concesso soltanto a petroliere riconducibili a Paesi non ostili, non coperte da assicurazione occidentale e disposte a commercializzare il carico in yuan-renminbi. L’amministrazione Trump si è addirittura ritrovata nella necessità di sospendere in via provvisoria le sanzioni contro il petrolio russo e iraniano in un’ottica di contenimento dei prezzi dell’energia.
Maurizio Hu

Startupper e imprenditore italo-cinese.
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