Stando alle affermazioni rese da Trump dinnanzi a una vasta platea di giornalisti, «gli Stati Uniti lasceranno l’Iran molto presto». Si parla di una finestra temporale di due o tre settimane, chiusa la quale gli Stati uniti smobiliteranno, a prescindere dal raggiungimento di un accordo con le controparti iraniane.

A detta di Trump, l’obiettivo dell’Operazione Epic Fury non è mai consistito nel cambio di regime, ma nella distruzione delle capacità strategiche iraniane.
Finalità che stando alle dichiarazioni di Trump sarebbero state conseguite, e che gli consentono di proclamare che «gli Stati Uniti lasceranno l’Iran molto presto».
Gli Stati Uniti lasceranno l’Iran, ma quali obiettivi hanno realmente conseguito?
Eppure, l’attuale leadership di Teheran rifiuti qualsiasi tipo di accomodamento, le forze armate iraniane continuino a colpire con durezza obiettivi in tutto il Medio Oriente e dell’uranio arricchito nella disponibilità della Repubblica Islamica si sia persa traccia.
Soprattutto, lo Stretto di Hormuz rimane soggetto a chiusura selettiva, con il passaggio concesso soltanto a petroliere riconducibili a Paesi non ostili, non coperte da assicurazione occidentale e disposte a commercializzare il carico in yuan-renminbi.
L’amministrazione Trump si è addirittura ritrovata nella necessità di sospendere in via provvisoria le sanzioni contro il petrolio russo e iraniano in un’ottica di contenimento dei prezzi dell’energia, con effetti particolarmente insidiosi per gli Stati Uniti.
Secondo «Bloomberg», «le raffinerie indiane stanno sempre più frequentemente regolando gli acquisti di petrolio russo in valute alternative al dollaro, nel tentativo di ridurre la dipendenza dalla valuta statunitense».
Le transazioni «vengono effettuate depositando rupie indiane in speciali conti bancari esteri intestati a venditori russi, poi convertite in dirham emiratini o yuan-renminbi cinesi».
Sebbene il periodo di sospensione delle sanzioni statunitensi scada l’11 aprile, «alcune compagnie petrolifere russe stanno spingendo per accordi più duraturi».
In una analisi pubblicata solo pochi giorni fa, Deutsche Bank ha affermato che il conflitto sta mettendo alla prova il ruolo del dollaro come valuta di riferimento per il commercio globale del petrolio, e che una delle conseguenze a lungo termine potrebbe essere un potenziale spostamento verso lo yuan-renminbi.
Vadim Bottoni

Economista, funzionario amministrativo presso la direzione centrale studi e ricerche dell’Inps e saggista. È autore del volume Il mito del dollaro. Storia dell’ascesa e del declino del dollaro: l’arma di egemonia della finanza Usa (Poets & Sailors, 2024).
SOSTEGNO












