Il recente inasprimento della tensione nel quadrante mediorientale, che vede contrapposti l’asse iraniano e il blocco formato da Israele e Stati Uniti, ha riportato drammaticamente in primo piano
la vulnerabilità strutturale sotto il profilo dell’energia del Vecchio Continente.
Come evidenziato da Jean-Paul Rodrigue nel suo studio sulla logistica dei trasporti globali, lo Stretto di Hormuz rimane uno dei più critici choke point energetici del pianeta: la sua chiusura comporta il blocco totale dei flussi in uscita dal Golfo Persico, impedendo il passaggio di centinaia di petroliere che riforniscono quotidianamente i mercati mondiali.
Secondo i dati della U.S. Energy Information Administration (EIA), attraverso lo stretto transita circa il 21% del consumo mondiale di petrolio; la sua paralisi ha provocato un’impennata immediata dei prezzi di greggio e gas, sia per dinamiche di mercato che per speculazioni finanziarie, gravando drasticamente sui paesi che importano la quasi totalità delle risorse consumate, come quelli europei.
Questa dinamica non rappresenta una novità, bensì una costante geopolitica. Fin dagli shock petroliferi degli anni Settanta e dalla successiva guerra Iraq-Iran del decennio seguente, la stabilità europea è rimasta ostaggio della volatilità del Golfo Persico.
Tuttavia, l’Europa sembra soffrire di una cronica incapacità di trasformare l’emergenza in strategia di lungo periodo. Questa problematica è stata esacerbata dal recente collasso del modello energetico basato sul gas russo a basso costo, che per vent’anni ha garantito la competitività dell’industria pesante europea, in particolare quella tedesca.
L’aumento dei costi delle materie prime non si limita a colpire il potere d’acquisto dei consumatori (con un’inflazione dilagante spesso mantenuta in sordina), ma agisce anche come un acceleratore della deindustrializzazione.
Il ritorno della realtà
La carenza di visione strategica del Vecchio Continente assume contorni surreali: un’area geografica povera di risorse naturali, ma la cui prosperità si fonda su un apparato industriale energivoro, non può prescindere da una politica capace di garantirsi approvvigionamenti sicuri e a prezzo favorevole.
Eppure, secondo i dati Eurostat, l’Europa dipende dall’estero per oltre il 90% del proprio fabbisogno di idrocarburi, una vulnerabilità che la prassi politica sembra ignorare, anche per il futuro. Sebbene i combustibili fossili siano tuttora abbondanti, le proiezioni basate sul ritmo di consumo e sulla pressione demografica globale ne stimano l’esaurimento entro circa cinquant’anni.
Nonostante l’urgenza di pianificare il domani, all’orizzonte il paradigma energetico europeo sembra essere confuso. La visione europea pare essere cristallizzata sull’ideologia delle rinnovabili come panacea di ogni problema. Tuttavia, dopo decenni di impiego, è ormai ovvia la loro inadeguatezza nel soddisfare il fabbisogno totale di una popolazione crescente ed energivora.
La bassa densità energetica e l’intermittenza produttiva impediscono a queste fonti di gestire i picchi di domanda, relegandole a complemento di una fonte primaria di “carico di base”, come confermato dai report della International Energy Agency (IEA).
Tale approccio impone inoltre l’approvvigionamento di materie prime critiche (terre rare in primis) di cui il continente è sprovvisto. Il rischio concreto è la sostituzione della storica dipendenza dai cartelli petroliferi con una nuova, e altrettanto insidiosa, sudditanza verso i monopolisti dei minerali strategici.
Il nucleare tra frammentazione e innovazione
La soluzione primaria per il futuro sembrerebbe risiedere nel nucleare, ma l’Europa riflette anche in questo campo una frammentazione strategica paralizzante. Mentre la Germania ha completato l’Atomausstieg (l’abbandono definitivo dell’atomo), la Francia persegue un rilancio solitario attraverso il piano “France 2030”, confermando l’assenza di una visione comunitaria coesa.
La fissione tradizionale sconta il nodo dei rifiuti: una problematica complessa che condiziona l’opinione pubblica ben più di altre soluzioni “green”, paradossalmente più impattanti a livello sistemico. Tuttavia, il limite critico della fissione rimane la dipendenza estrattiva.
L’uranio è concentrato in poche aree extra-europee; secondo la World Nuclear Association, oltre il 43% della produzione mondiale dipende dal Kazakistan, attore stabilmente nell’orbita geopolitica sino-russa.
Questo scenario rischia di replicare le criticità vissute con il gas siberiano. In tale contesto, l’uso
del torio come combustibile rappresenterebbe una svolta: più abbondante, sicuro e meno soggetto alla proliferazione rispetto all’uranio.
Mentre in Europa regna la stasi, la Cina ha già trasformato questa teoria in realtà industriale: nel 2023, Pechino ha concesso la licenza operativa per il primo reattore nucleare a sali fusi alimentato a torio, il TMSR-LF1 a Wuwei (provincia del Gansu), sviluppato dallo Shanghai Institute of Applied Physics (SINAP).
Nonostante il premio Nobel Carlo Rubbia avesse già delineato la superiorità strategica del torio (proponendo il concetto di “Energy Amplifier” o Rubbiatron in un celebre intervento al Senato nel 2012), l’assenza di investimenti europei conferma una “calma piatta” politica.
Si preferisce la gestione emergenziale dei prezzi a scapito della sovranità tecnologica, giungendo a cortocircuiti paradossali, come la proposta di un ritorno massiccio al carbone per sopperire alla scarsità energetica, in totale antitesi con le politiche green tanto idolatrate. In sintesi, nel panorama strategico europeo, regnano poche idee e decisamente confuse.
La fusione nucleare: la nuova frontiera della dipendenza?
In questo scenario, la fusione nucleare si profilerebbe come l’orizzonte risolutivo dei dilemmi energetici globali. Sebbene la maturità tecnologica resti un obiettivo di lungo periodo, l’uso dell’idrogeno, virtualmente inesauribile, promette un’autonomia energetica definitiva. Tuttavia, un’analisi realistica svela che “non è tutto oro quel che luccica”.
La ricerca d’avanguardia su tale tema si concentra nella realizzazione di impianti che sfruttano la reazione di fusione deuterio-trizio (D-T).
Se il deuterio è abbondante in natura, il trizio è, invece, un elemento rarissimo: se ne stimano meno di 20 kg nell’intera crosta terrestre e la sua produzione attuale dipende quasi esclusivamente dai reattori a fissione di tipo CANDU situati in Canada e Corea del Sud.
Perovviare a questa scarsità, le tecnologie in fase di progettazione prevedono l’integrazione di un “mantello fertile” costituito da Litio-6. L’obiettivo è sfruttare i neutroni liberati dalla reazione di fusione per colpire il litio e rigenerare il trizio direttamente all’interno del ciclo.
Qui sorge però un nuovo ostacolo: il Litio-6 costituisce appena il 7,5% del litio naturale, composto per il restante 92,5% da Litio-7, secondo i dati della Royal Society of Chemistry.
Nonostante le riserve di litio grezzo siano concentrate nel “triangolo del litio” sudamericano e in Australia, la filiera della raffinazione è un monopolio di fatto.
Secondo il Center for Strategic and International Studies (CSIS), la Cina controlla oltre il 60% della raffinazione globale e quasi il 90% della capacità di arricchimento isotopico.
Tale processo, utilizzato in passato per la produzione di testate termonucleari, richiede l’utilizzo del metodo COLEX: una procedura decisamente inquinante che impiega enormi quantità di mercurio.
Mentre l’Occidente ha abbandonato tale pratica negli anni Settanta a causa del suo impatto ambientale devastante, Pechino ha continuato a investirvi, diventando oggi l’unico attore globale capace di fornire il litio arricchito necessario alla sperimentazione e futura realizzazione della fusione.
L’Europa, dunque, rischia di scivolare dalla storica dipendenza dai fossili a una sottomissione tecnologica e mineraria ancora più profonda nei confronti della Cina.
Conclusioni
L’Occidente si trova oggi in una posizione di evidente svantaggio strategico, stretto tra l’avanzata cinese nel campo dei reattori al torio e il monopolio di Pechino sulle filiere dei minerali critici indispensabili per la fusione convenzionale. Esiste, tuttavia, una possibile “via di fuga” tecnologica: la fusione aneutronica idrogeno-boro.
A differenza del trizio, il boro è un elemento estremamente comune nella crosta terrestre; secondo i dati dello U.S. Geological Survey (USGS), oltre il 70% delle riserve mondiali è concentrato in Turchia e negli Stati Uniti, partner storici o aree politicamente più stabili e integrate nel blocco atlantico.
Il passaggio alla fusione protone-boro eliminerebbe alla radice il problema dell’approvvigionamento del litio e la rarità del trizio, ma la sfida scientifica rimane titanica.
Se la reazione Deuterio-Trizio richiede di raggiungere circa 150 milioni di gradi Celsius, quella Idrogeno-Boro necessita di temperature che sfiorano il miliardo di gradi. Come sostenuto dal fisico Heinrich Hora, pioniere di questa tecnologia e fondatore di HB11 Energy, superare questa soglia richiede un cambio di paradigma tecnologico che nessuno ha ancora messo a sistema.
La sfida per il Vecchio Continente, quindi, non riguarda esclusivamente la scelta della fonte energetica, ma la capacità di formulare una visione strategica di lungo periodo.
È necessario garantire l’accesso a materie prime a basso costo attraverso la diversificazione delle partnership e, soprattutto, raggiungere la sovranità energetica, abbandonando le rigidità ideologiche che hanno finora guidato una transizione energetica comunitaria spesso velleitaria.
In sintesi, nel panorama strategico europeo, regnano poche idee e decisamente confuse.
Riferimenti
- Pitron, Guillaume, La guerra dei metalli rari. Il lato oscuro della transizione energetica e digitale,
LUISS University Press, 2018. - Rodrigue, Jean-Paul, The Geography of Transport Systems, Routledge, 2020.
- Thompson, Helen, Disorder: Hard Times in the 21st Century, Oxford University Press, 2022.
- Caracciolo, Lucio, La pace è finita, Feltrinelli, 2022.
- U.S. Energy Information Administration (EIA), World Oil Transit Chokepoints Report.
- Eurostat, Energy Dependence Statistics, Database annuale sulla dipendenza dalle importazioni
di combustibili fossili della UE-27. - International Energy Agency (IEA), World Energy Outlook e The Role of Critical Minerals in
Clean Energy Transitions. - World Nuclear Association (WNA), World Uranium Mining Production.
- U.S. Geological Survey (USGS), Mineral Commodity Summaries – Boron.
- Center for Strategic and International Studies (CSIS), Critical Minerals and the Role of China
in Global Supply Chains. - Rubbia, Carlo, Intervento in Commissione Industria, Commercio e Turismo del Senato della
Repubblica, XVI Legislatura, 2012. - Hora, Heinrich, Laser Accelerated Electrons and Ions in Fusion Research, in Physical Review,
e contributi tecnici tramite la società HB11 Energy. - Royal Society of Chemistry (RSC), Periodic Table: Lithium.
- Shanghai Institute of Applied Physics (SINAP), Technical Reports on TMSR-LF1 (Thorium
Molten Salt Reactor), Chinese Academy of Sciences.
Patrick Zulian

Fisico teorico e ingegnere. Da anni si interessa di geopolitica, con focus sui comparti tecnologico ed energetico.
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