Nei giorni scorsi, gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato l’uscita dall’Opec e ottenuto da Israele alcune batterie di difesa aerea Iron Dome e Iron Beam, con tanto di operatori specializzati, oltre al sistema di sorveglianza avanzata anti-drone Spectro.

Il 3 maggio, Teheran ha accusato le forze emiratine di aver partecipato attivamente al bombardamento del territorio iraniano, prima che un drone iraniano colpisse il terminale petrolifero di Fujairah, di cui gli Emirati si servono per aggirare lo Stretto di Hormuz.
Parallelamente, l’Arabia Saudita intensifica le pressioni sugli Stati Uniti affinché revochino il blocco navale contro i porti iraniani così da disincentivare gli Houthi yemeniti ad assumere iniziative analoghe sullo stretto di Bab el-Mandeb.
Riad convoglia infatti parte rilevante della sua produzione petrolifera verso il Mar Rosso, attraverso l’oleodotto che collega i giacimenti dell’area prospiciente il Golfo Persico al terminale d Yanbu. Fino ad ora, l’Iran ha evitato di prendere di mira questa conduttura.
Secondo l’ex ufficiale delle forze armate brasiliane e analista militare Patricia Marins, le tendenze in atto delineano un quadro particolarmente complesso, segnato dalla spaccatura interna al Consiglio per la Cooperazione del Golfo tra Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.
A suo avviso, «la decisione di puntare su Stati Uniti e Israele fornisce agli Emirati una copertura militare, ma è l’Arabia Saudita a detenere la profondità strategica. Si va verso una frattura nel Golfo: un asse guidato dall’Arabia Saudita che favorisce la diplomazia regionale e un asse guidato dagli Emirati che scommette sulla forza militare esterna».
Per la Marins, «non occorre essere esperti di geopolitica per capire che le truppe israeliane negli Emirati non faranno altro che accentuare il loro isolamento dai vicini».
Inoltre, «i sauditi stanno facendo una scommessa nascosta e ambiziosa: che questo riavvicinamento tra gli Emirati e Israele sia temporaneo e finirà per indebolire il sostegno sia interno sia esterno agli Emirati Arabi Uniti, costringendo alla fine Mohammed Bin-Zayed a invocare il supporto dell’Arabia Saudita. Riad ha rispettato l’accordo che prevede la concessione dell’utilizzo del proprio spazio aereo e territoriale agli Stati Uniti, ma ha anche mantenuto intatta gran parte delle sue infrastrutture sulla base di negoziati con l’Iran, e concluso un ottimo accordo con gli Houthi e ora sta scommettendo contro gli Emirati senza sparare un solo colpo».
Marco Carnelos

Saggista ed ex diplomatico con all’attivo incarichi in Somalia, Iraq e Nazioni Unite. Presiede la società di consulenza McGeopolicy e collabora con la testata «Middle East Eye». È autore del volume, scritto assieme a Giovanni Castellaneta, Berlusconi, il mondo secondo lui. Una lezione di politica estera nell’attuale disordine globale (Guerini e Associati, 2026).
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