L’economia italiana è in profonda crisi. A settembre, la produzione industriale italiana ha registrato un timido segnale di crescita, portando a tre le mensilità positive dal febbraio 2023.
Sempre a settembre, la bilancia commerciale italiana ha segnato un surplus di 2,8 miliardi di euro.

I consumi, tuttavia, restano al palo, mentre il potere d’acquisto dei salari ha accusato una caduta del 9% circa dal 2008 al 2024.
Nello stesso periodo, la Francia ha conosciuto un aumento del 5% e la Germania di quasi il 15%.
Torna la vecchia tendenza tutta italiana: l’avanzo primario
L’Italia è anche tornata stabilmente in avanzo primario, riallineandosi alla trend registrato a partire dalla sottoscrizione del Trattato di Maastricht.
In particolare, si legge nel rapporto della Banca del Fucino, «a cinque anni dall’inizio della pandemia Covid-19, l’Italia è tornata in avanzo primario; la differenza tra entrate e uscite delle casse dello Stato, al netto degli interessi pagati sul debito, è cioè entrata nuovamente in territorio positivo».
La pandemia «aveva infatti interrotto la lunga serie di avanzi primari registrati dall’Italia tra il 1991 e il 2019 (con la sola eccezione del 2009), riportando il bilancio dello Stato in rosso. Tuttavia, secondo gli ultimi dati Istat, nel 2024 si è finalmente tornati ad un avanzo primario dello 0,4% del Pil, un dato notevole se si considera che nel 2023 eravamo ancora in disavanzo del 3,6%».
Come ci siamo riusciti? «In parte il miglioramento dei conti pubblici è dovuto alla crescita del Pil, che nel 2024 è stata dello 0,7%, battendo, seppur di pochi decimali, sia le stime preliminari di gennaio dell’Istat, che prevedevano un incremento dello 0,5%, sia quelle del Fmi, che avevano stimato un aumento dello 0,6%».
Il governo «era stato più ottimista, stimando nel Piano Strutturale di Bilancio una crescita dell’1%, in contrasto con la Commissione Europea che, sempre in autunno, prevedeva invece un incremento dello 0,7%, proprio quello che poi si è verificato».
I conti pubblici «si sono giovati anche della diminuzione della spesa per il Superbonus, che ha fatto scendere nel 2024 le spese in contro capitale, quindi investimenti e contributi agli investimenti, di 78,3 miliardi. Ciò ha contribuito al calo complessivo della spesa italiana, che, al netto degli interessi, è diminuita di 48,9 miliardi».
Come in ogni bilancio, «oltre alle dinamiche delle uscite contano anche quelle delle entrate, che, altra notizia rilevante, sono aumentate del 3,7% rispetto al 2023 arrivando per la prima volta oltre i mille miliardi di euro. La responsabilità è soprattutto della crescita del gettito fiscale, cioè delle entrate da tasse e contributi: le imposte dirette complessive (come l’Irpef) hanno visto un incremento del 6,6% e quelle indirette (come l’Iva) del 6,1%».
È questo «il motivo che ha portato il dato della pressione fiscale italiana sul Pil dal 41,4% (2023) al 42,6% (2024), incremento che a sua volta ha contribuito al superamento delle entrate sulle uscite e quindi, appunto, all’avanzo primario».
L’aumento della pressione fiscale italiana «non è stato tuttavia l’effetto di un inasprimento delle tasse, bensì della crescita dell’economia e, soprattutto, dell’occupazione. Nel 2024 le unità di lavoro (i lavoratori, calcolati come se fossero a tempo pieno) sono infatti aumentate del 2,2%, e le retribuzioni lorde per occupato del 2,9%».
Il risultato complessivo «è stato un incremento del totale aggregato dei redditi da lavoro del 5,2%, molto più del Pil. Più entrate da salari significa anche più tasse, pagate da lavoratori e imprese, che entrano nelle casse dello Stato».
Questo «incremento dell’occupazione italiana e degli stipendi per ora ha avuto un effetto positivo sui conti pubblici, ma non altrettanto marcato sulla crescita, essendosi tradotto in parte in risparmi».
Dopo anni di perdita di potere d’acquisto «i maggiori salari vengono ora messi da parte: tra il primo e il terzo trimestre 2024 (ultimo dato disponibile) la propensione al risparmio degli italiani è infatti risultata superiore al 9%, più della media del periodo 2010-19».
È anche per questo che «i consumi privati sono aumentati solo dello 0,4% nel 2024: come in altri Paesi europei, nel 2024 la fiammata inflazionistica del 2022-23 ha continuato a pesare sui comportamenti dei consumatori, portandoli ad assumere un atteggiamento più prudente nelle proprie abitudini di spesa. Le cose cambieranno nel corso del 2025? È ancora tutto da vedersi».
La spesa per interessi italiana, in compenso, supera quella per investimenti, e quasi il 34% del debito pubblico italiano fa capo a soggetti residenti all’estero.
Come scrive «Milano Finanza»: «a settembre il debito pubblico italiano ha toccato la cifra record di 3.081 miliardi di euro, il 38,2% in più rispetto a settembre 2001. Di conseguenza nell’ultimo anno la spesa per interessi ha toccato quota 85,6 miliardi, corrispondenti al 3,9% del pil nazionale. Il valore più alto tra tutti i Paesi europei (ad eccezione dell’Ungheria: 4,9%), anche più della Grecia (3,5%) e molto al di sopra della media europea (1,9%)».
Gabriele Guzzi

Economista, docente di storia economica all’Università di Cassino, saggista, poeta e collaboratore della rivista «La Fionda» con all’attivo esperienze lavorative presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. È autore di numerosi volumi, tra cui Contro Golia. Manifesto per la sovranità democratica (Rogas, 2020), ed Eurosuicidio. Come l’Unione Europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci (Fazi, 2025)
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