Nei giorni scorsi, mentre il primo ministro canadese Carney annunciava il fallimento delle trattative commerciali con gli Stati Uniti e una risposta “dollaro su dollaro” ai dazi di Washington, il debito federale statunitense oltrepassava la soglia critica dei 40 trilioni di dollari.
Una cifra immane, equivalente al 123% del Pil statunitense, e associata a un deficit di bilancio del 6% circa, a un disavanzo di conto corrente pari a 226,8 miliardi di dollari e a una posizione finanziaria netta negativa per 21,27 trilioni di dollari.
I rendimenti sui titoli a dieci, venti e trent’anni, per di più, continuano a salire a dispetto dell’operazione di buyback proclamata urbi et orbi dal segretario al Tesoro Bessent, dichiaratosi pronto ad attingere fino a un trilione di dollari dal Treasury General Account (Tga) per sostenere nuovi, eventuali programmi di riacquisto.
Nell’anno fiscale 2026, il pagamento degli interessi sul debito assorbirà qualcosa come 1,2 trilioni di dollari, affermandosi come seconda voce di spesa dietro alla Social Security e davanti a Medicare e bilancio del Pentagono.
Il piano di rilancio della difesa da 1,5 trilioni di dollari
Quest’ultimo potrebbe tuttavia espandersi vigorosamente, qualora il Congresso dovesse accogliere la proposta di aumento delle spese militari a 1,5 trilioni di dollari avanzata dall’amministrazione Trump. Parte assai ragguardevole dei fondi andrebbe a potenziare la Us Navy, preposta al presidio delle rotte commerciali globali e al controllo degli stretti.

Significativamente, il tentativo di rilancio della marina militare statunitense non si affianca ad alcun progetto parallelo finalizzato a rivitalizzare la morente marina mercantile, un tempo prospera ma schiacciata attualmente dalle flotte greche, giapponesi, europee e, soprattutto, cinesi.
La Cina, in particolare, domina la cantieristica sia militare che civile costruendo da sola più navi commerciali e militari rispetto a quante ne produce il resto del mondo. Ha inoltre acquisito partecipazioni azionarie e quote di controllo di gran parte dei porti strategici del mondo, da quello del Pireo in Grecia a quello di Chancay in Perù, da quello di Muara in Brunei a quello di Paranagua in Brasile, da quello di Kyauk in Myanmar a quello di Hambantota in Sri Lanka, da quello di Lome in Ghana a quello di Tanjun Priok in Indonesia.
Alessandro Volpi

Saggista, collaboratore di «Altraeconomia» e «Valori» e docente di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. È autore di numerosi volumi, tra cui Prezzi alle stelle. Non è inflazione, è speculazione (Laterza, 2023), I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia (Laterza, 2024), Nelle mani dei fondi. Il controllo invisibile della grande finanza (Altraeconomia, 2024), L’America secondo Trump. Prospettive economiche e scenari globali (La Vela, 2025), La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale (Laterza, 2025).
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