Valerij Zaluzhnyi, ex Capo di Stato Maggiore delle forze armate ucraine e attuale ambasciatore ucraino a Londra, ha scritto un editoriale per il «Telegraph» che ha suscitato un certo scalpore, intitolato Do not assume Russia has lost the war (“Non crediate che la Russia ha perso la guerra”).

Nel pezzo, Zaluzhnyi afferma che «gli attacchi ucraini, sempre più efficaci, contro la logistica e le infrastrutture critiche russe hanno imposto costi reali a Mosca. Ma questi attacchi sono costosi, tecnologicamente complessi e, in definitiva, reciproci. La Russia conserva la capacità di contrattaccare con forza uguale o maggiore. Nessuna delle due parti può fare affidamento su questa forma di guerra per ottenere un risultato strategico decisivo».
L’ex Capo di Stato Maggiore ucraino puntualizza quindi che, «se il criterio di valutazione è se il Cremlino abbia raggiunto i suoi obiettivi politici originari, allora chiaramente no. Ma la sconfitta richiede più del semplice mancato raggiungimento delle ambizioni iniziali. La Russia continua a combattere, occupa una porzione considerevole di territorio ucraino e non ha mostrato alcuna intenzione di porre fine alla guerra a condizioni che equivarrebbero ad un’ammissione di sconfitta».
Nemmeno l’Ucraina «può ancora rivendicare una vittoria definitiva. Kiev ha impedito alla Russia di raggiungere i suoi obiettivi principali e ha inflitto gravi danni all’economia e all’esercito russi. Ciononostante, l’Ucraina rimane fortemente dipendente dagli aiuti finanziari, dagli equipaggiamenti militari e dal supporto tecnologico occidentali, pur dovendo affrontare crescenti pressioni interne».
Zaluzhnyi elenca i criteri che definiranno il verdetto del campo di battaglia
Mosca, continua Zaluzhnyi, «ne è consapevole. La sua strategia si basa sempre più non su rapide avanzate, ma sull’esaurimento economico, militare e psicologico dell’Ucraina. La Russia possiede ancora maggiori riserve di manodopera e capacità industriale in diversi settori critici, tra cui la produzione di missili balistici. La sola difesa aerea non può compensare completamente questo vantaggio».
L’altra variabile decisiva «è il sostegno internazionale. La capacità dell’Ucraina di sostenere la guerra dipende in larga misura dal continuo appoggio dei suoi alleati. In questo ambito, si registrano preoccupanti segnali di tensione. I cambiamenti politici a Washington e le persistenti divisioni in Europa sollevano legittimi interrogativi sulla possibilità di mantenere indefinitamente l’attuale livello di sostegno».
I vertici diplomatici e le dimostrazioni di solidarietà attentamente orchestrate, osserva Zaluzhnyi, «hanno un valore simbolico. Non si traducono necessariamente nell’unità politica duratura necessaria per un confronto prolungato con la Russia».
Per questo motivo, «la guerra non può più essere giudicata principalmente in base agli spostamenti lungo il fronte. La linea di contatto rimane militarmente importante, soprattutto in un eventuale futuro accordo territoriale, ma non è più l’unico fattore determinante per il successo strategico. Il conflitto si è esteso a una lotta per la logistica, la capacità industriale, le infrastrutture critiche, la difesa aerea e, in ultima analisi, la resilienza della società».
La questione decisiva «non è chi conquisterà il prossimo villaggio o distruggerà il prossimo deposito di munizioni. È quale società sarà in grado di continuare a sopportare il peso economico, militare e psicologico di un conflitto prolungato, mantenendo al contempo il sostegno internazionale necessario per sostenerlo. Questo, più che qualsiasi successo tattico individuale, determinerà come e quando questa guerra finirà».
Le riflessioni di Zaluzhnyi giungono a margine del vertice Nato di Ankara, conclusosi con un accordo che impegna i Paesi membri, ad esclusione degli Stati Uniti, a erogare a sostegno dell’Ucraina ben 140 miliardi di euro nel biennio 2026-2027. Il presidente Trump, dal canto suo, ha annunciato la concessione a Kiev delle licenze per fabbricare in proprio gli intercettori del sistema Patriot, e confermato che la strategia dell’escalation portata avanti dall’Ucraina comporta dei rischi, ma ha suggerito che potrebbe in definitiva spingere la Russia verso una soluzione.
Il presidente ceco Pavel, invece, ha dichiarato che Kiev ha tempo per riattivare colloqui di pace con Mosca fino alle elezioni per la Duma russa del prossimo 20 settembre, trascorse le quali il presidente Putin potrebbe ordinare un’escalation disponendo la mobilitazione generale.
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