Mentre il presidente Trump descriveva con toni trionfali l’andamento dell’Operazione Epic Fury, gli interessi sul titoli a dieci, venti e trent’anni continuavano a salire, inducendo il presidente della Federal Reserve Jerome Powell che «la traiettoria del debito non è sostenibile. Non finirà bene se non interveniamo al più presto».

Anche sul fronte azionario, che Powell non ha trattato, si sono registrati contraccolpi significativi ma non catastrofici. Quantomeno per il momento, perché se l’Iran dovesse continuare a prendere di mira le infrastrutture mediorientali riconducibili ai colossi statunitensi dell’alta tecnologia, si corre il rischio di esplosione della ciclopica bolla dell’intelligenza artificiale.
La situazione è più grave di quanto denunciato da Powell
Parallelamente, il settore del credito privato (tema anch’esso non trattato da Powell), strettamente connesso al circuito bancario, accusa battute d’arresto particolarmente preoccupanti, trattandosi di un comparto che ha raggiunto un valore di mercato superiore ai tre trilioni di dollari.
Anche la situazione sul campo di battaglia non sembra arridere agli Stati Uniti. L’attuale leadership di Teheran rifiuta qualsiasi tipo di accomodamento, le forze armate iraniane continuano a colpire con durezza obiettivi in tutta la regione e dell’uranio arricchito nella disponibilità della Repubblica Islamica – inesorabilmente indotta ad avvalersene a fini militari dall’atteggiamento israelo-statunitense – si è persa traccia.
Soprattutto, lo Stretto di Hormuz rimane soggetto a chiusura selettiva, con il passaggio concesso soltanto a petroliere riconducibili a Paesi non ostili, non coperte da assicurazione occidentale e disposte a commercializzare il carico in yuan-renminbi.
L’amministrazione Trump si è addirittura ritrovata nella necessità di sospendere in via provvisoria le sanzioni contro il petrolio russo e iraniano in un’ottica di contenimento dei prezzi dell’energia.
Con risultati tutto sommato modesti. A dispetto della comunicazione strategica adottata da Trump per manipolare scandalosamente il mercato, i benchmark petroliferi Brent, Wti e soprattutto Urals hanno registrato aumenti da capogiro, con ovvie ripercussioni sui prezzi del carburante anche all’interno degli stessi Stati Uniti.
Nello specifico, la benzina ha raggiunto una media nazionale di 4,10 dollari al gallone, toccando il livello più alto dall’agosto 2022. L’incremento del 36% registrato nell’ultimo mese (da 2,98 a 4,10 dollari al gallone) è il maggiore degli ultimi 30 anni. Anche il gas, i fertilizzanti e tutti i derivati degli idrocarburi stanno conoscendo rincari pesantissimi.
Alessandro Volpi

Saggista, collaboratore di «Altraeconomia» e «Valori» e docente di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. È autore di numerosi volumi, tra cui Prezzi alle stelle. Non è inflazione, è speculazione (Laterza, 2023), I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia (Laterza, 2024), Nelle mani dei fondi. Il controllo invisibile della grande finanza (Altraeconomia, 2024), L’America secondo Trump. Prospettive economiche e scenari globali (La Vela, 2025), La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale (Laterza, 2025).
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