Nei giorni scorsi, la Casa Bianca ha pubblicato la National Security Strategy of the United States of America, che ricalca le linee guida della bozza della National Defense Strategy rivelate a settembre da «Politico» e dal «Washington Post».

La National Security Strategy si apre con un implacabile atto d’accusa nei confronti delle élite che hanno guidato il Paese negli ultimi decenni, responsabili di aver «sovrastimato la disponibilità degli Stati Uniti ad accollarsi in pianta stabile oneri globali di cui la popolazione non intravedeva alcun collegamento con l’interesse nazionale».
Queste élite, sottolinea la National Security Strategy, «hanno sopravvalutato la capacità degli Stati Uniti di finanziare, contemporaneamente, un enorme apparato di welfare, regolamentazione e amministrazione, insieme a un ciclopico complesso militare, diplomatico, di intelligence e di assistenza all’estero. Hanno puntato in modo enormemente sbagliato e distruttivo sul globalismo e sul cosiddetto “libero scambio”, svuotando la classe media e la base industriale da cui dipende la preminenza economica e militare statunitense».
Le classe dirigenti del passato, si legge nella National Security Strategy, «hanno permesso ad alleati e partner di scaricare il costo della loro difesa sulla nostra popolazione, e talvolta di trascinarci in conflitti e controversie centrali per i loro interessi ma periferici o irrilevanti per i nostri. Hanno legato la politica statunitense a una rete di istituzioni internazionali, alcune delle quali guidate da un aperto anti-americanismo e molte da un transnazionalismo che cerca esplicitamente di dissolvere la sovranità dei singoli Stati».
In sintesi, conclude l’introduzione della National Security Strategy, «non solo le nostre élite hanno perseguito un obiettivo fondamentalmente indesiderabile e impossibile da raggiungere, ma così facendo hanno minato proprio i mezzi necessari per raggiungere tale obiettivo: il carattere della nostra nazione su cui si basava il suo potere, la sua ricchezza e la sua dignità».
I punti fondamentali della National Security Strategy
La prima delle «correzioni necessarie» che l’amministrazione in carica intende apportare consiste nell’affermare i principi cardine della nuova National Security Strategy, vale a dire:
- chiara identificazione dell’interesse nazionale;
- pace attraverso la forza;
- predisposizione al non interventismo;
- realismo flessibile;
- priorità alle nazioni;
- sovranità e rispetto;
- equilibrio delle forze;
- costruzione di un’America pro-lavoratori;
- correttezza;
- competenza e merito.
Nell’elenco delle priorità identificate dalla National Security Strategy figurano anzitutto la difesa dei confini in un’ottica di interruzione dei flussi migratori; la protezione dei diritti e delle libertà fondamentali in patria; la condivisione degli oneri in materia di sicurezza e difesa; il riequilibrio del commercio internazionale; la costruzione di catene di approvvigionamento sicure; la ricerca dell’autosufficienza nei settori chiave; la reindustrializzazione; il rilancio della produzione energetica; preservazione dell’egemonia statunitense in ambito finanziario.
Sotto il profilo geopolitico, sostiene la National Security Strategy, l’amministrazione Trump intende riaffermare e applicare, «dopo anni di negligenza, la Dottrina Monroe per ripristinare la preminenza statunitense nell’emisfero occidentale e proteggere la patria e il nostro accesso ad aree geografiche chiave in tutta la regione. Negheremo ai concorrenti non emisferici la possibilità di posizionare forze o altre capacità offensive, o di possedere o controllare risorse strategicamente vitali, nel nostro emisfero. Questo “Corollario Trump” alla Dottrina Monroe rappresenta un ripristino efficace e ben congegnato del potere e delle priorità statunitensi, coerente con gli interessi di sicurezza nazionale».

Va quindi attuato, evidenzia la National Security Strategy, «un riadattamento della nostra presenza militare nel mondo» in funzione delle «minacce urgenti nel nostro emisfero». Occorre invece «allontanarsi da teatri la cui importanza relativa per la sicurezza nazionale americana è diminuita negli ultimi decenni o anni».
È il caso di Africa, Medio Oriente e anche Europa, il cui declino economico «è eclissato dalla prospettiva reale e più cruda della cancellazione della civiltà. I problemi più ampi che l’Europa si trova ad affrontare includono le attività dell’Unione Europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà e la sovranità politica; le politiche migratorie che stanno trasformando il continente e creando conflitti; la censura della libertà di parola e la repressione dell’opposizione politica; il crollo dei tassi di natalità; la perdita di identità nazionale e di fiducia in se stessi. Se le tendenze attuali dovessero continuare, il continente sarà irriconoscibile tra 20 anni o meno».
Gli Stati Uniti sono quindi chiamati ad aiutare l’Europa, recita la Nss, a correggere la sua attuale traiettoria, così da «ripristinare la stabilità strategica con la Russia» e porre il “vecchio continente” nelle condizioni di «stare in piedi da solo e operare come gruppo di nazioni sovrane allineate, compresa l’assunzione delle responsabilità connesse alla propria difesa».
Come risultato della guerra russo-ucraina, «le relazioni tra Europa e Russia sono ora profondamente deteriorate, e molti europei considerano la Russia un rischio esistenziale. Riequilibrare le relazioni europee con la Russia richiederà un investimento diplomatico statunitense significativo, sia per ristabilire una condizione di stabilità strategica sulla massa territoriale eurasiatica che per mitigare il rischio di conflitto tra la Russia e gli Stati europei».
È interesse centrale degli Stati Uniti «quello di negoziare una rapida conclusione delle ostilità in Ucraina, così da stabilizzare le economie europee, prevenire involontarie escalation o allargamenti del conflitto e […] assicurare la ricostruzione dell’Ucraina a guerra finita garantendone la sopravvivenza come Stato autosufficiente […]. L’amministrazione Trump è in disaccordo con i governanti europei che nutrono aspettative irrealistiche sulla guerra».
La macroregione dell’Indo-Pacifico, invece, deve rimanere «libera e aperta», mentre il confronto con la Cina va mantenuto sul piano strettamente economico onde evitare pericolose escalation belliche.
Occorre quindi rovesciare la politica eccessivamente accondiscendente verso l’ex Celeste Impero portata avanti dalle precedenti amministrazioni, attraverso il «bilanciamento delle relazioni sino-statunitensi», il consolidamento della deterrenza militare e il coinvolgimento dei Paesi alleati in questo sforzo concertato volto sostanzialmente a realizzare l’agognato disaccoppiamento della Cina.
Marco Carnelos

Ex diplomatico con all’attivo incarichi in Somalia, Iraq e Nazioni Unite. Presiede la società di consulenza McGeopolicy e collabora con la testata «Middle East Eye».
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