Nei giorni scorsi, Joe Kent ha rassegnato le dimissioni dalla direzione del National Counterterrorism Center. Kent ha spiegato che «non posso in buona coscienza sostenere la guerra contro l’Iran. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per il nostro Paese ed è chiaro che questa guerra è stata scatenata per la pressione di Israele e della sua potente lobby negli Stati Uniti».

In una intervista rilasciata a Tucker Carlson, lo stesso Kent ha rivelato, rivolgendosi all’assassinio dell’attivista Charlie Kirk, che «uno dei consiglieri più stretti di Trump, che sosteneva che non saremmo dovuti entrare in guerra contro l’Iran e che avremmo dovuto riconsiderare la nostra relazione con Israele, è stato improvvisamente assassinato e poi ci è stato detto di smettere di indagare al riguardo».
Joe Kent se ne va, Tulsi Gabbard rimane
La direttrice della National Intelligence Tulsi Gabbard, a differenza di Kent, rimane saldamente al suo posto. Durante una audizione alla Commissione Intelligence del Senato, la Gabbard ha affermato che, secondo la valutazione del suo ufficio, il programma nucleare iraniano era stato “annientato” durante l’attacco dello scorso giugno e che da allora l’Iran non avrebbe intrapreso alcuno sforzo per ricostruirlo.
Nel momento in cui le è stato chiesto come queste stime possano conciliarsi con le dichiarazioni rese da Trump il 28 febbraio secondo cui l’Operazione Epic Fury mirava a «eliminare la minaccia nucleare imminente rappresentata dal regime iraniano», la Gabbard ha affermato che «non spetta alla comunità d’intelligence stabilire cosa costituisca o meno una minaccia imminente. Questa è una decisione che spetta al presidente, sulla base dell’insieme di informazioni che riceve».
Parallelamente, gli israeliani hanno colpito con un raid aereo le infrastrutture energetiche preposte allo sfruttamento di South Pars, il più grande deposito di gas del mondo che l’Iran condivide con il Qatar. L’attacco giunge a poche ore di distanza dall’assassinio del segretario generale del Consiglio per la Sicurezza Nazionale iraniana Ali Larijani e del comandante dei Basij Gholamreza Soleimani.
Nonché del raid contro un sito collocato a brevissima distanza dal reattore nucleare di Bushehr, dove, presumibilmente all’insaputa del governo israeliano, operava personale russo che sarebbe fortunatamente rimasto illeso.
La decisione di Israele di colpire South Pars segna una grave e pericolosissima escalation del conflitto, alimentando i timori di una significativa interruzione delle forniture energetiche internazionali.
Anche perché, come ampiamente prevedibile, l’Iran ha prontamente reagito bersagliando infrastrutture energetiche in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrain. «Dopo l’attacco a South Pars, gli impianti energetici associati agli Stati Uniti saranno equiparati alle basi militari statunitensi», ha proclamato il comandante della Marina dei Pasdaran Alireza Tangsiri.
Il presidente Trump ha intimato all’Iran di interrompere immediatamente gli attacchi contro le monarchie sunnite del Golfo Persico. In caso contrario, «gli Stati Uniti d’America, con o senza l’aiuto o il consenso di Israele, faranno saltare in aria l’intero giacimento di gas di South Pars con una potenza e una forza che l’Iran non ha mai visto prima».
Lo stesso Trump ha tuttavia assicurato che Israele non attaccherà nuovamente South Pars qualora l’Iran si orientasse verso una de-escalation, dopo aver affermato che gli Stati Uniti non erano a conoscenza dell’intenzione israeliana di attaccare il giacimento.
Le dichiarazioni dell’inquilino della Casa Bianca risultano del tutto inconciliabili con quanto riferito dal «Wall Street Journal» sulla base delle confidenze rese da svariati anonimi funzionari statunitensi, secondo cui il raid israeliano era stato preventivamente approvato dal presidente Trump al fine di incrementare la pressione su Teheran affinché riaprisse lo Stretto di Hormuz.
Filippo Bovo

Giornalista e saggista specializzato in questioni africane. Gestisce il sito «Le Nuove Vie del Mondo». È autore di numerosi volumi, tra cui Eritrea. Avanguardia di un’Africa nuova (Anteo edizioni, 2015), Yemen. Un Paese al centro della scacchiera (Anteo edizioni, 2015), Enrico Mattei. L’uomo della rinascita (Anteo edizioni, 2016).
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