Per l’esercito ucraino, la situazione nella zona di Pokrovsk si fa sempre più critica. Lo ha riconosciuto Bohdan Krotevyč, ufficiale di alto livello della brigata Azov e attuale tenente colonnello della Guardia Nazionale secondo cui «la linea Pokrovsk-Konstantynivka è, senza esagerare, un disastro totale. E questo disastro è in continua crescita da molto tempo, sta peggiorando di giorno in giorno […]. Pokrovsk e Myrnograd sono quasi circondate. Kostyantynivka è semi-circondata. Il nemico avanza verso Kramatorsk e Druzhkivka». In questo contesto, che vede la Russia realizzare il più significativo avanzamento territoriale dal 2024, Kiev, scrive il «Telegraph», «potrebbe accettare di interrompere i combattimenti e cedere a Mosca il territorio già controllato dalle forze armate russe nel quadro di un piano di pace sostenuto dall’Europa […]. Ciò significherebbe congelare la linea del fronte allo stato attuale e consegnare alla Russia il controllo de facto del territorio che occupa a Lugans’k, Donec’k, Zaporižžja, Kherson e Crimea». L’assetto della proposta riscuote la sostanziale approvazione del segretario generale della Nato Mark Rutte, il quale ha riconosciuto che l’Alleanza Atlantica potrebbe riconoscere non de jure ma de facto la sovranità di Mosca sui territori ucraini conquistati dall’esercito russo. Il vertice in Alaska tra i presidenti Trump e Putin, che secondo il «New York Times» rappresenta per quest’ultimo «una opportunità, non solo per porre fine alla guerra alle sue condizioni ma anche di dividere l’alleanza di sicurezza Occidentale», va quindi in scena con prospettive niente affatto allettanti per Zelensky, la cui partecipazione al summit è stata categoricamente esclusa dall’inquilino della Casa Bianca. Stesso discorso si applica agli sponsor europei di Kiev, che continuano a sgomitare nel tentativo di ottenere udienza dall’inquilino della Casa Bianca prima dell’incontro in Alaska. Nel frattempo, Mosca e Minsk hanno concordato lo schieramento di missili ipersonici Orešnik sul suolo bielorusso. Sul fronte mediorientale, invece, «Foreign Policy» scrive che da qui a dicembre c’è da aspettarsi un nuovo attacco israeliano contro l’Iran, che, sostiene la rivista, «si sta preparando. Nella prima guerra, ha modulato i suoi attacchi missilistici in previsione di un conflitto prolungato. Nella prossima fase, tuttavia, è probabile che Teheran colpisca con decisione fin dall’inizio, con l’obiettivo di dissipare qualsiasi idea di poter essere sottomesso. Di conseguenza, la prossima guerra sarà probabilmente molto più sanguinosa della prima. Se il presidente degli Stati Uniti Donald Trump cedesse di nuovo alle pressioni israeliane e si unisse alla lotta, gli Stati Uniti potrebbero trovarsi ad affrontare una guerra in piena regola con l’Iran. La guerra di Israele di giugno non ha mai riguardato esclusivamente il programma nucleare iraniano. Piuttosto, si trattava di spostare l’equilibrio di potere in Medio Oriente, con le capacità nucleari iraniane come fattore importante ma non decisivo. Per oltre due decenni, Israele ha spinto gli Stati Uniti a intraprendere un’azione militare contro l’Iran per indebolirlo e ripristinare un equilibrio regionale favorevole: un equilibrio che Israele non può raggiungere da solo […]. Dando il via libera alla prima aggressione, Trump è caduto nella trappola di Israele, e non è chiaro se riuscirà a trovare una via d’uscita, soprattutto se continua ad aggrapparsi all’“arricchimento zero” come base per un accordo con Teheran. Un impegno limitato probabilmente non rappresenta più un’opzione disponibile. Trump dovrà entrare a pieno titolo nella guerra o restarne fuori. E restare fuori richiede più di un rifiuto una tantum: richiede una resistenza costante alle pressioni israeliane, cosa che finora non ha mostrato né la volontà né la forza di fare».
Fabio Mini

Generale di corpo d’armata, saggista e collaboratore de «Il Fatto Quotidiano». Ha comandato tutti i livelli di unità da combattimento e prestato lunghi periodi di servizio negli Stati Uniti, in Cina, nei Balcani e nella Nato. È stato Capo di Stato Maggiore del Comando Alleato del Sud Europa e comandante della forza internazionale di sicurezza in Kosovo. È autore di numerosi volumi, tra cui Le regole della guerra. Un commento alle massime di Quinton alla luce del conflitto in Ucraina (Mimesis, 2022), L’Europa in guerra (PaperFirst, 2023), La Nato in guerra. Dal patto di difesa alla frenesia bellica (Dedalo, 2025).











