Il 17 luglio, il presidente ceco Petr Pavel ha firmato una legge che proibisce la propaganda comunista, ponendola sullo stesso piano di quella nazista. Il provvedimento, che echeggia una risoluzione adottata dal Parlamento Europeo nel 2019, introduce una pena detentiva fino a cinque anni per coloro che «creano, supportano o promuovono movimenti nazisti, comunisti o altri movimenti apertamente volti a sopprimere i diritti e le libertà umane o a incitare all’odio razziale, etnico, nazionale, religioso o di classe». I parlamentari Martin Dlouhý, Marek Benda e Šimon Heller, autori del testo legislativo, hanno motivato la loro iniziativa spiegando che «nella società ceca e nel diritto penale, non è ancora stato fatto un adeguato bilancio del passato comunista […]. Esiste una notevole disparità – sia all’interno della società che nelle norme giuridiche – riguardo al modo in cui abbiamo affrontato il nazismo e il comunismo. L’obiettivo di questo emendamento è, almeno in parte, quello di correggere questa disparità». Pavel, che durante il periodo sovietico era membro attivo del Partito Comunista cecoslovacco, ha invece addotto la necessità di promuovere la tutela delle libertà fondamentali come motivazione alla base del sostegno accordato alla normativa. In realtà, tuttavia, la misura va ad influenzare pesantemente sia la gestione della memoria del Paese, sia i suoi equilibri interni. In Repubblica Ceca opera infatti il Partito Comunista di Boemia e Moravia (Ksčm), i cui esponenti hanno definito discriminatoria e opportunistica la legge appena promulgata. La quale si inserisce inoltre in un quadro geostrategico caratterizzato da forte polarizzazione nei confronti della Federazione Russa. Le implicazioni si avvertono un po’ ovunque all’interno del continente europeo.
Giuseppe Maiello

Direttore del Dipartimento di Scienze Sociali presso l’Università della Finanza e dell’Amministrazione di Praga. Per anni ha insegnato storia dell’Europa Orientale.
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