Nei giorni scorsi, Antony Blinken, segretario di Stato sotto l’amministrazione Biden, ha rilasciato una lunga intervista a «Bloomberg» focalizzata sull’attacco israelo-statunitense contro l’Iran.
Per Blinken, «Trump potrebbe teoricamente dichiarare vittoria domani e affermare che il regime ha subito gravi danni, che le forze missilistiche, il programma nucleare e la marina sono stati gravemente colpiti, e poi interrompere le operazioni. Ma che senso ha tutto questo? Gran parte delle infrastrutture e dei sistemi d’armi distrutti possono essere ripristinati. E senza cambiare il sistema di gestione del regime stesso, cosa che al momento non sembra accadere, si corre un rischio enorme».
Blinken ha quindi aggiunto che: «gli iraniani ci hanno costretto a utilizzare già adesso molti intercettori per la difesa o addirittura missili offensivi per distruggere i loro lanciatori. Non conosco le cifre esatte, ma queste risorse non sono infinite. I tempi di produzione sono molto lunghi. E, naturalmente, in molti casi, utilizziamo sistemi d’arma molto costosi per abbattere droni del valore di 20.000 dollari. Si tratta è una pessima formula economica se la situazione si protrae a lungo».

C’è poi un altro aspetto, fondamentale, a preoccupare Blinken: «potremmo intaccare il nostro arsenale a tal punto che il suo ripristino richiederebbe molto tempo. E questo ci collocherebbe in una posizione di svantaggio rispetto, ad esempio, alla Cina o alla Russia».
Le valutazioni di Blinken contrastano con le rassicurazioni fornite il 5 marzo dalla portavoce della Casa Bianca Anna Kelly, secondo cui «gli attacchi con missili balistici sferrati dall’Iran sono diminuiti del 90% perché i raid congiunti statunitensi e israeliani stanno distruggendo la capacità delle forze armate della Repubblica Islamica di lanciare queste armi o di produrne altre».
Gli indizi che avvalorano la tesi di Blinken
Al contrario, le uscite di Blinken risultano avvalorate da quanto rivelato da «Cbs News» sulla base di confidenze rese da funzionari mediorientali di alto livello. Secondo la testata, gli Stati arabi nel Golfo Persico stanno intaccando pericolosamente le scorte di missili intercettori per contrastare gli attacchi iraniani.
Allo stesso tempo, il Pentagono sta valutando il trasferimento di sistemi di difesa aerea Thaad e Patriot dalla Corea del Sud al teatro mediorientale, dove, nonostante le rassicurazioni dell’amministrazione Trump, le infrastrutture militari e a doppio uso statunitensi continuano, così come l’intero territorio israeliano, a essere colpite da missili e droni iraniani.
Anche gli impianti di estrazione, raffinazione, stoccaggio e commercializzazione di petrolio e gas di tutto il Golfo Persico continuano a essere bersagliati da Teheran, con conseguente strozzatura dell’offerta di energia foriera di rialzi forsennati dei prezzi.
L’impatto è destinato a farsi sentire anche negli Stati Uniti, sotto forma di forte aumento dell’inflazione. Il che concorre a spiegare i risultati emersi da un sondaggio realizzato da «Reuters», secondo cui soltanto il 27% dei cittadini statunitensi appoggia l’attacco contro l’Iran ordinato dal presidente Trump.
Anche tra le fila dei militari serpeggia il malumore, con circa 200 denunce presentate dall’inizio della guerra al Military Religious Freedom Foundation (Mrff), il gruppo di controllo che dal 2005 monitora l’estremismo religioso nelle forze armate Usa, da elementi delle forze armate, secondo cui alcuni ufficiali statunitensi hanno utilizzato la retorica cristiana apocalittica per “motivare” truppe durante l’attacco all’Iran.
Un altro indizio che la situazione sia molto meno sotto controllo degli Stati Uniti rispetto a quanto asserito da Trump ed Hegseth lo si ricava chiaramente dalle dichiarazioni rilasciate da tre senatori democratici a margine di un briefing a porte chiuse focalizzato sulla situazione in Iran.
Elizabeth Warren sostiene che «la situazione è molto peggiore di quanto si possa immaginare», e che l’amministrazione Trump non ha alcun piano.
Ed Markey ha parlato apertamente di guerra illegale basata su menzogne, scatenata in assenza di qualsiasi exit strategy.
Richard Blumenthal, solitamente vicino al repubblicano neocon Lindsey Graham in materia di politica estera, ha invece affermato di essere «più spaventato che mai» dalla concreta prospettiva che gli Stati Uniti procedano con un’invasione di terra dell’Iran.
Filippo Bovo

Giornalista e saggista specializzato in questioni africane. Gestisce il sito «Le Nuove Vie del Mondo». È autore di numerosi volumi, tra cui Eritrea. Avanguardia di un’Africa nuova (Anteo edizioni, 2015), Yemen. Un Paese al centro della scacchiera (Anteo edizioni, 2015), Enrico Mattei. L’uomo della rinascita (Anteo edizioni, 2016).
SOSTEGNO












