In una intervista rilasciata alla «Nbc», il ministro degli Esteri iraniano Araghchi ha dichiarato che «non chiediamo un cessate il fuoco e non vediamo alcun motivo per cui dovremmo negoziare con gli Stati Uniti. Non abbiamo mai inviato loro alcun messaggio». Alla domanda se fosse spaventato dalla prospettiva di una invasione di terra delle truppe statunitensi, Araghchi ha risposto che «le stiamo aspettando».
La versione di Araghchi cozza con quella Usa
Le uscite di Araghchi si pongono in netto contrasto con quanto affermato il 5 marzo dalla portavoce della Casa Bianca Anna Kelly, secondo cui «gli attacchi con missili balistici sferrati dall’Iran sono diminuiti del 90% perché i raid congiunti statunitensi e israeliani stanno distruggendo la capacità delle forze armate della Repubblica Islamica di lanciare queste armi o di produrne altre».

«Cbs News» riporta invece, avvalorando la versione di Araghchi, che gli Stati arabi nel Golfo Persico stanno intaccando pericolosamente le scorte di missili intercettori per contrastare gli attacchi iraniani.
Avrebbero pertanto richiesto formalmente e con insistenza agli Stati Uniti di accelerare nuove consegne di munizioni.
Allo stesso tempo, tuttavia, il Pentagono valuta il trasferimento di sistemi di difesa aerea Thaad e Patriot dalla Corea del Sud al teatro mediorientale, dove, nonostante le rassicurazioni dell’amministrazione Trump, le infrastrutture militari e a doppio uso statunitensi continuano, così come l’intero territorio israeliano, a essere colpite da missili e droni iraniani.
Anche gli impianti di estrazione, raffinazione, stoccaggio e commercializzazione di petrolio e gas di tutto il Golfo Persico continuano a essere bersagliati da Teheran, con conseguente strozzatura dell’offerta di energia foriera di rialzi forsennati dei prezzi.
Un altro indizio che la situazione sia molto meno sotto controllo degli Stati Uniti rispetto a quanto asserito da Trump ed Hegseth lo si ricava chiaramente dalle dichiarazioni rilasciate da due senatori democratici a margine di un briefing a porte chiuse focalizzato sulla situazione in Iran.
Elizabeth Warren sostiene che «la situazione è molto peggiore di quanto si possa immaginare», e che l’amministrazione Trump non ha alcun piano.
Richard Blumenthal, solitamente vicino al repubblicano neocon Lindsey Graham in materia di politica estera, ha invece affermato di essere «più spaventato che mai» dalla concreta prospettiva che gli Stati Uniti procedano con un’invasione di terra dell’Iran.
Vale la pena, infine, riportare le valutazioni formulate da Antony Blinken, segretario di Stato sotto l’amministrazione Biden, ai microfoni di «Bloomberg».
A suo avviso, «Trump potrebbe teoricamente dichiarare vittoria domani e affermare che il regime ha subito gravi danni, che le forze missilistiche, il programma nucleare e la marina sono stati gravemente colpiti, e poi interrompere le operazioni. Ma che senso ha tutto questo? Gran parte delle infrastrutture e dei sistemi d’armi distrutti possono essere ripristinati. E senza cambiare il sistema di gestione del regime stesso, cosa che al momento non sembra accadere, si corre un rischio enorme».
Blinken ha quindi aggiunto che: «gli iraniani ci hanno costretto a utilizzare già adesso molti intercettori per la difesa o addirittura missili offensivi per distruggere i loro lanciatori. Non conosco le cifre esatte, ma queste risorse non sono infinite. I tempi di produzione sono molto lunghi. E, naturalmente, in molti casi, utilizziamo sistemi d’arma molto costosi per abbattere droni del valore di 20.000 dollari. Si tratta è una pessima formula economica se la situazione si protrae a lungo».
C’è poi un altro aspetto, fondamentale, a preoccupare Blinken: «potremmo intaccare il nostro arsenale a tal punto che il suo ripristino richiederebbe molto tempo. E questo ci collocherebbe in una posizione di svantaggio rispetto, ad esempio, alla Cina o alla Russia».
Francesco Ferrante

Ufficiale dell’esercito con alle spalle una lunga esperienza operativa e di pianificazione interforze e collaboratore della rivista «Analisi Difesa». Lavora attualmente nel settore privato per una società specializzata in difesa e sicurezza, continuando ad insegnare pianificazione operativa e targeting. Ha partecipato a missioni operative in teatri complessi, tra cui Iraq, Afghanistan, Libia, Libano, Bosnia, Repubblica Centrafricana, Burkina Faso e Mozambico.
Tiziano Ciocchetti

Storico e analista militare.
SOSTEGNO












