Dopo un durissimo botta e risposta tra Stati Uniti ed Iran, l’amministrazione Trump ha attuato una de-escalation provvisoria imputabile, sostiene il «New York Times», alla carenza di munizioni critiche negli arsenali statunitensi. L’interruzione delle operazioni militari, scrive il quotidiano statunitense, andrebbe inserita nel contesto di una proposta di tregua avanzata dall’amministrazione Trump e respinta dall’Iran.

Per rendere l’offerta relativa alla tregua ancora più allettante, riferisce la stampa israeliana, il magnate newyorkese avrebbe perfino invocato il ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza, dalla Siria e dal Libano. Lo avrebbe riferito Netanyahu al suo gabinetto di guerra, confermando il proprio intendimento di non ottemperare alla richiesta statunitense: sotto la sua leadership, non ci sarà alcuna tregua.
Fino ad ora, ha dichiarato il segretario Hegseth, la guerra è costata agli Stati Uniti 37,5 miliardi di dollari. Una cifra imponente, ma indubbiamente inferiore a quella reale, destinata peraltro ad aumentare in conseguenza della chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran e del blocco dei porti sauditi ad opera degli Houthi, che hanno per di più bersagliato diverse petroliere saudite e lanciato missili balistici sul terminale petrolifero di Yanbu, sulla raffineria di Jazan e sulla base aerea King Khalid.
Il tutto mentre le riserve strategiche statunitensi toccano i livelli più bassi mai raggiunti, pari a 311,4 milioni di barili.
Filippo Bovo

Giornalista e saggista specializzato in questioni africane e mediorientali. Gestisce il sito «Le Nuove Vie del Mondo». È autore di numerosi volumi, tra cui Eritrea. Avanguardia di un’Africa nuova (Anteo edizioni, 2015), Yemen. Un Paese al centro della scacchiera (Anteo edizioni, 2015), Enrico Mattei. L’uomo della rinascita (Anteo edizioni, 2016).
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