Nell’agosto del 2021, la Cina ha attivato, nei pressi della città di Wuwei, nel deserto del Gobi, il primo reattore al torio a sali fusi al mondo.

L’impianto pilota da 2 MegaWatt è stato costruito dallo Shanghai Institute of Applied Physics (Sinap) dell’Accademia Cinese delle Scienze e si basa su una tecnologia che la Cina ha sviluppato in autonomia, dopo un periodo di collaborazione con gli Stati Uniti abbandonato per decisione del Congresso.
Le caratteristiche del torio
Il torio è un attinide con peso atomico 232 e nella tavola periodica degli elementi precede l’uranio. È debolmente radioattivo e abbondante in natura, con una disponibilità nella crosta terrestre paragonabile a quella del piombo e pari a 4-5 volte quella dell’uranio.
La lavorazione del torio risulta molto più economica rispetto a quella dell’uranio e la sua resa di gran lunga superiore.
Il fisico Carlo Rubbia aveva stimato che una tonnellata di Torio può produrre tanta energia quanto 200 tonnellate di Uranio naturale.
Il torio non è fissile, ma se assorbe un neutrone trasmuta in Uranio 233 che è fissile e può sostenere una reazione a catena continuando a convertire il torio in energia.
Come riporta una pubblicazione specializzata, il grande pregio è che il combustibile esausto scaricato da un reattore al torio ha una radiotossicità molto più bassa rispetto a qualunque reattore all’uranio-plutonio: dopo meno di un secolo è inferiore a quella dell’uranio naturale e addirittura nei reattori termici al torio fin dall’inizio è inferiore. Le scorie andrebbero confinate per circa 300 anni.
Un reattore al torio ha un altro pregio: non produce plutonio e con le sue scorie è impossibile costruire ordigni nucleari.
Ma ora, i reattori al torio stanno suscitando un nuovo interesse, soprattutto con nuovi reattori che utilizzano Fluoruro di Torio Liquido (Lftr, in gergo detti “Lifter”) che, grazie alle sue caratteristiche termiche, è immune da fusione del nocciolo, incubo dei gestori di centrali nucleari.
In merito ai limiti nell’uso del torio, va detto che il più rilevante è che non può essere usato come combustibile da solo, ma richiede l’aggiunta di una quantità iniziale di materiale fissile, come l’uranio 235, per poter fornire i neutroni necessari a fertilizzare il torio. Altra criticità riguarda il fatto che è difficile riprocessare il combustibile a base torio, cioè rimuovere il materiale fissile residuo per poterlo poi utilizzare di nuovo nel reattore.
Comunque, in tutto il mondo la ricerca è concentrata su questo tipo di reattori nucleari: in Francia si stanno sperimentando varianti di reattori LFTR; l’India, che possiede le più grandi riserve mondiali di Torio, ha annunciato piani per sviluppare una filiera al Torio che arrivi al 20-25% del suo fabbisogno di energia.
La Cina, che pianifica di costruire decine di reattori nucleari, ha già accantonato Torio in previsione di poterlo utilizzare quando la tecnologia sarà matura per il suo utilizzo su larga scala.
Anche il settore finanziario, molto attento al mercato delle commodity si sta interessando al torio, il cui tasso di crescita annuo composto o CAGR (Compound Average Growth Rate) è stimato intorno al 7% annuo e viene quindi indicato come un’opportunità di investimento a medio-lungo termine.
In Italia, tuttavia, «come nel resto dell’Europa, non si trova niente di meglio che proporre reattori ormai già vecchi prima ancora di nascere, con il miraggio di fare buoni affari nei movimenti terra, nei calcestruzzi, nella metalmeccanica in generale».
I “vessel”, «ovvero i grossi pentoloni che contengono il nocciolo del reattore, no, quelli li faranno i giapponesi, nell’unico posto al mondo, dove sono capaci di farli in un blocco unico: alla Japan Steel Work».
E «le cosiddette “isole nucleari” pari al 60-70% del costo di ogni impianto, verranno fornite direttamente dai colonizzatori americani».
Per le forniture di Uranio, «al momento non ci sono grossi problemi. Sebbene l’Europa stia preparando l’ennesimo pacchetto di sanzioni alla Russia, si guarda bene da inserire l’Uranio nelle commodity sanzionate. Stop al petrolio e al gas russo, ma non all’Uranio».
Infatti, «come farebbero gli Stati Uniti ad alimentare le proprie centrali nucleari, dato che si affidano alle filiali Rosatom e alle catene di approvvigionamento controllate dalla Russia per quasi il 50% delle loro forniture di Uranio?».
Lo stesso vale per l’Europa, «che importa dalla Russia il 40% del proprio fabbisogno di Uranio. Percentuale destinata ad aumentare, dopo che il Niger, principale fornitore di Uranio della Francia, ha revocato alla francese Orano (ex Areva) il permesso di sfruttamento della miniera di Imouraren, considerata una delle più grandi del mondo, per assegnarla proprio alla russa Rosatom».
Marco Pugliese

Matematico, docente universitario, giornalista e direttore di «Open Industria».
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