A dispetto degli sforzi diplomatici profusi a livello multilaterale dapprima ad Anchorage e successivamente a Washington, le posizioni russa e ucraina rimangono inconciliabili rispetto a tutti i punti chiave del conflitto: garanzie di sicurezza, neutralità dell’Ucraina e cessioni territoriali da parte di Kiev. L’amministrazione Trump, dal canto suo, ha riconosciuto la sostanziale legittimità delle rivendicazioni russe e sembra avviata verso un graduale disimpegno che sia gli europei che le autorità ucraine intendono tassativamente evitare. Il presidente Zelensky si è spinto a proporre un investimento da 100 miliardi di dollari a carico dei contribuenti europei nell’acquisto di armi dagli Stati Uniti da trasferire all’Ucraina, mentre i vertici dell’Unione Europea e i massimi rappresentanti dei singoli Paesi membri della struttura comunitaria continuano a porre l’accento sulla necessità di imporre alla Russia una tregua che conduca a una “pace giusta”. Secondo l’alto rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea Kaja Kallas, «Mosca non porrà fine alla guerra finché non si renderà conto di non poter continuare. Quindi l’Europa continuerà a sostenere l’Ucraina, anche lavorando a un 19° pacchetto di sanzioni contro la Russia». Il presidente finlandese Stubb, invece, ha rilasciato davanti a Trump una dichiarazione alquanto sibillina che si presta a una molteplicità di interpretazioni. «Veniamo – ha affermato Stubb – da un piccolo Paese, ma abbiamo un lungo confine con la Russia, oltre 1.200 km. E, naturalmente, abbiamo la nostra esperienza storica con la Russia, risalente alla Seconda Guerra Mondiale, alla Guerra d’Inverno e alla Guerra di Continuazione. E se guardo al lato positivo della nostra situazione attuale, abbiamo trovato una soluzione nel 1944 e sono sicuro che saremo in grado di trovarla anche nel 2025, per porre fine alla guerra di aggressione russa e raggiungere una pace duratura e giusta». La “soluzione” che fu trovata nel 1944, a cui Stubb fa riferimento, consistette, oltre che nel pagamento di pesanti riparazioni di guerra, nella cessione all’Unione Sovietica di gran parte dell’istmo di Carelia e delle regioni di Salla e Petsamo, con conseguente perdita dello sbocco sul Mar Glaciale Artico.
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