A pochi giorni dal suo insediamento, Donald Trump ha firmato una serie di ordini esecutivi che denotano una spiccata inclinazione a dare concretezza alla visione protezionistica enunciata in campagna elettorale. Uno dei principali bersagli è indubbiamente costituito dalla Cina, minacciata di dazi e misure restrittive di vario genere atte sia a frenarne l’ascesa tecnologica, sia a ridimensionarne l’influenza sul commercio mondiale – specialmente sul versante marittimo. Il governo Pechino, dal canto suo, sembra tuttavia essersi preparato con il consueto tempismo, come si evince dai dati relativi alla bilancia commerciale. La Cina ha chiuso il 2024 con un avanzo pari a 992 miliardi di dollari, frutto di un incremento assai cospicuo dell’interscambio con i Paesi asiatici e africani, oltre che con Russia, Messico e Canada. La quota di commercio rappresentata dagli Stati Uniti, di converso, è sostanzialmente dimezzata, passando dal 14 al 7% del totale. Sullo sfondo, continua a ridursi gradualmente il volume di titoli di Stato statunitensi in possesso cinese. Intanto, Geng Shuang, rappresentante della Cina presso le Nazioni Unite, ha apostrofato duramente gli Stati Uniti dichiarando testualmente: «vorrei consigliare al mio collega americano di riflettere su una vecchia abitudine che potrebbe essergli utile cambiare: non cercare mai la radice dei problemi in se stesso e incolpare sempre gli altri». Parliamo di tutto questo assieme a Michele Geraci, ingegnere elettronico ed economista con trascorsi in diverse banche d’affari. È stato direttore della sezione dedicata alla Cina del Global Policy Institute di Londra e docente di finanza presso la New York University a Shanghai e la Zhejiang University a Guangzhou.
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