Nel 2007, il generale statunitense Wesley Clark, comandante supremo delle Forze Alleate in Europa durante la guerra contro la Federazione Jugoslava del 1999, formulò rivelazioni clamorose e a suo modo “profetiche”, se valutate con il senno del poi. All’epoca, Clark dichiarò che, all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001, quando era già in pensione, venne a conoscenza da un suo ex sottoposto che all’interno del Dipartimento della Difesa, guidato all’epoca da Donald Rumsfeld, era maturato un piano strategico inteso a destruttura sette Paesi nell’arco di cinque anni. Nello specifico, si trattava di Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran. Il progetto consisteva quindi nella riconfigurazione del cosiddetto “Medio Oriente allargato”, ridisegnando i confini tracciati con “riga e squadra” da Gran Bretagna e – in netto subordine – Francia circa un secolo addietro. L’idea di modellare arbitrariamente la mappa geopolitica di quella cruciale macroregione geografica, o quantomeno di alterarne radicalmente gli equilibri interni, non è mai venuta meno nel corso degli anni successivi e sembra essere tornata definitivamente in auge proprio in questi giorni. Ma in funzione di quale finalità strategiche è stato concepito questo piano?
Stefano Sylos Labini

Fisico, saggista e dirigente di ricerca presso il Centro di Ricerca Enrico Fermi a Roma. È uno dei fondatori del blog Return on Academic Research and School (Roars), uno dei forum italiani più importanti per le discussioni sulle politiche di ricerca e istruzione superiore. È autore di numerosi volumi, tra cui I ricercatori non crescono sugli alberi (Laterza, 2010), Rischio e previsione. Cosa può dirci la scienza sulla crisi (Laterza, 2016), Bussola per un mondo in tempesta (Futura Editrice, 2024, disponibile anche in lingua inglese).
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