Stando alle dichiarazioni rese dal presidente Donald Trump, dal suo vice Jd Vance e dal segretario alla Difesa Pete Hegseth, oltre che dai colloqui telefonici intercorsi tra lo stesso Trump e Putin, e tra il segretario di Stato Marco Rubio e il suo omologo russo Sergij Lavrov, gli Stati Uniti sarebbero ormai orientati a sganciarsi dal sostegno all’Ucraina, scaricando così la questione sugli europei. Hegseth, in particolare, ha puntualizzato che «la posizione statunitense si sviluppa a partire dal riconoscimento della situazione avversa maturata sul campo di battaglia». Il “disimpegno” statunitense sembra tuttavia andare ben oltre il pur cruciale dossier ucraino, inscrivendosi nel contesto di un processo di complessiva normalizzazione delle relazioni con la Russia di cui gli Stati Uniti necessitano sia per riconfigurare la propria rete relazionale verso il resto del mondo, sia per indebolire l’alleanza strategica che Mosca ha instaurato con Pechino a partire dal 2014. Le classi dirigenti europee, dal canto loro, inscenano reazioni che denotano spaesamento, confusione e risentimento nei confronti di quello che percepiscono come un tradimento ad opera dell’alleato d’oltreoceano, e che la Chatham House ha definito un “elettroshock” inteso a rendere l’Europa consapevole di non poter contare sugli Stati Uniti per la propria difesa. Parliamo di tutto questo assieme a Salvo Ardizzone, saggista e consulente aziendale specializzato in questioni mediorientali.
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