In seguito ai recentissimi attacchi statunitensi e iraniani, il traffico di navi cariche di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz è crollato ai livelli raggiunti lo scorso maggio, con un transito medio di appena 10 mercantili al giorno.
La strozzatura restringe giocoforza l’offerta globale di petrolio greggio, in una fase in cui gli attacchi ucraini contro gli impianti di raffinazione russi stanno provocando una diminuzione significativa della capacità di lavorazione russa.
La penuria di petrolio si riverbera sui prezzi
Il risultato è una netta risalita del prezzo del petrolio e dei suoi derivati, a partire dal diesel, con ovvie ripercussioni in termini di inflazione in tutto l’Occidente.
Negli Stati Uniti, il prezzo alla pompa va da un minimo di 3,81 a un massimo di 5,8 dollari per gallone, con tutta la costa occidentale del Paese che registra le quotazioni più elevate.

Le relative implicazioni inflazionistiche configurano un problema di non poco conto, alla luce degli astronomici livelli di indebitamento che caratterizzano gli Stati Uniti, alle prese con un aumento dei rendimenti sui titoli di Stato che nemmeno l’intervento emergenziale – sotto forma di buyback – del Dipartimento del Tesoro sembra riuscire a contenere.
Giuseppe Masala

Economista, analista politico, gestore dell’omonimo canale Telegram e collaboratore della testata telematica «L’Antidiplomatico».
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