Nei giorni scorsi, Zelensky ha rifiutato di riconoscere come debito ucraino l’assistenza militare e finanziaria ricevuta finora dagli Stati Uniti e respinto la bozza di accordo sulle risorse naturali ucraine – molto più penalizzante per Kiev rispetto a quella originaria – predisposta da Trump, il quale ha a sua volta minacciato di imporre dazi secondari sul petrolio russo qualora Mosca non ammorbidisca la propria posizione negoziale. Dal canto suo, Putin aveva dichiarato che, «sotto gli auspici delle Nazioni Unite, con gli Stati Uniti, i Paesi europei e tutti i nostri partner e amici, potremmo discutere la possibilità di introdurre una governance temporanea in Ucraina», volta a porre il Paese nelle condizioni di «tenere elezioni democratiche, portare al potere un governo valido che goda della fiducia del popolo e avviare quindi i negoziati per un trattato di pace». Parallelamente, il «New York Times» ha pubblicato una lunga e dettagliatissima inchiesta basata su confidenze rese da funzionari sia statunitensi che ucraini, da cui è emerso che il Pentagono, la Nato e gli apparati di intelligence occidentali rappresentano la «spina dorsale delle operazioni militari ucraine», e che l’Ucraina costituisce a sua volta un singolo anello della “catena di morte” statunitense. Secondo la ricostruzione formulata dal quotidiano, il progetto statunitense consisteva nell’impiegare l’Ucraina come “testuggine” per sferrare un colpo decisivo alla Russia, nell’ambito di un esperimento bellico volto a innovare l’approccio adottato in Afghanistan e in Iraq, verso un modello di guerra a distanza. O per procura. Il «New York Times» menziona in proposito Dragon, la task force formata da ufficiali ucraini e della Nato che aveva come centro di comando la base statunitense di Wiesbaden. La squadra si era sviluppata attorno al rapporto tra il generale ucraino Zabrodskyi e lo statunitense Donahue, a capo delle forze speciali statunitensi in Medio Oriente. Ogni mattina, ufficiali ucraini e statunitensi si riunivano per designare i bersagli più redditizi, definiti “punti di interesse” allo scopo di evitare qualsiasi ammissione di coinvolgimento diretto statunitense nel conflitto. Tutti i successi ottenuti, dall’affondamento della Moskva al bombardamento del quartier generale della 58a armata, passando per la distruzione del deposito di munizioni di Toropets, sono da ricondurre agli Stati Uniti sia quanto a designazione dell’obiettivo, sia in materia di determinazione delle modalità operative da impiegare. La relazione sarebbe andata consolidandosi nel corso degli anni, per poi iniziare a deteriorarsi verso la metà del 2023 a causa di divergenze e scontro interni alla classe dirigente di Kiev. Allo stesso tempo, sul sito dello United States Army War College è comparso un approfondito studio in cui si analizzano le ragioni del fallimento del progetto di “guerra di popolo” che il governo ucraino intendeva implementare per contrastare l’invasione russa. Parliamo di tutto questo assieme a Fabio Mini, saggista, collaboratore de «Il Fatto Quotidiano» ed ex Capo di Stato Maggiore del Comando Nato del Sud Europa e comandante della missione internazionale in Kosovo.
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