Riprendono i negoziati tra rappresentanti russi e ucraini a Istanbul, la stessa sede in cui oltre tre anni fa era stato trovato un accordo di massima – poi naufragato – per porre fine al conflitto. La delegazione russa è guidata dal consigliere del Cremlino Vladimir Medinsky, che già nella primavera 2022 era stato insignito del ruolo di capo-negoziatore. Il presidente Trump ha espresso cauto ottimismo per gli sviluppi in corso, puntualizzando che nulla di significativo potrà accadere fintantoché non incontrerà di persona il suo omologo russo Putin. Per il momento, si è limitato ad affidare a Erdoğan le redini delle trattative, da cui rimangono completamente esclusi gli europei. Lo ha sottolineato Mario Draghi, che nel corso di un intervento tenuto in occasione del simposio Cotec 2025 in Portogallo ha rilevato che «potrebbe essere troppo tardi per influenzare gli eventi a breve termine. Anche se abbiamo fornito circa la metà degli aiuti militari all’Ucraina, probabilmente saremo spettatori passivi in un negoziato di pace che riguarda il nostro futuro e i nostri valori». Sotto il coordinamento del “quartetto” formato da Macron, Merz, Starmer e Tusk, gli europei si erano spinti a intimare a Mosca di proclamare una tregua di 30 giorni entro il 12 maggio, pena l’imposizione di nuove sanzioni che non sono poi state irrogate nonostante il Cremlino abbia seccamente respinto l’ultimatum e deriso l’atteggiamento infantile degli europei. Nel corso di una recente intervista televisiva, il cancelliere Merz ha illustrato il nucleo concettuale del piano che il governo di Berlino ha predisposto, in collaborazione con l’Unione Europea, per continuare a sostenere la difesa ucraina fino alla fine della guerra, che a suo avviso dovrebbe verificarsi “per sfinimento” dell’esercito russo. «D’ora in poi – ha spiegato Merz – l’Ucraina sarà armata a tal punto che Putin non potrà più continuare». Macron, di contro, ha dichiarato che «abbiamo dato all’Ucraina tutto quello che avevamo; abbiamo anche prodotto molto di più e molto più velocemente. Ma non possiamo dare ciò che non abbiamo, e non possiamo privarci di ciò che è necessario per la nostra sicurezza […]. Dal momento che l’Ucraina non entrerà nella Nato, offriamo garanzie alternative. Stiamo parlando di una forza deterrente: tutti gli alleati disposti a farlo – come il Regno Unito, la Francia e alcuni altri Stati – dispiegheranno le loro unità sul territorio ucraino, ma lontano dalla linea del fronte, in punti strategicamente importanti». Medinsky ha specificato in proposito che «chi afferma che prima serve una tregua e poi i negoziati, non conosce la storia. Come disse Napoleone, nella storia guerra e negoziati vanno sempre di pari passo». Ed ha aggiunto: «in passato, abbiamo combattuto contro la Svezia per 21 anni. Per quanto tempo siete pronti a combattere voi? E Pietro il Grande sapete chi l’ha finanziato? L’Inghilterra e la Francia. La Svezia sarebbe ancora una grande potenza oggi se non fosse stato per quella guerra […]. Le truppe ucraine devono essere completamente ritirate dall’intero territorio amministrativo di queste regioni: Donec’k, Luhansk, Kherson e Zaporižžja. Non appena Kiev dichiarerà di essere pronta a tale decisione e notificherà ufficialmente il rifiuto del progetto di adesione alla Nato, da parte nostra seguirà immediatamente l’ordine di cessare il fuoco e di avviare i negoziati».
Gianandrea Gaiani

Giornalista, saggista e direttore della rivista «Analisi Difesa». Dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. È autore di numerosi volumi, tra cui Immigrazione. La grande farsa umanitaria (Aracne Editrice, 2017) e L’ultima guerra contro l’Europa. Come e perché tra Russia, Ucraina e Nato le vittime designate siamo noi (Il Cerchio, 2023).











