Con quasi 303 miliardi di barili, Venezuela dispone delle più ingenti riserve petrolifere accertate al mondo.

Localizzati in larga parte nel bacino del fiume Orinoco, i giacimenti venezuelani contengono un petrolio pesante, denso e acido, che a differenza del tight oil di produzione statunitense – leggero e dolce, estraibile tramite fracking e trivellazioni orizzontali – si attaglia perfettamente alle caratteristiche delle grandi raffinerie del Texas e della Louisiana.
Usa: produzione di petrolio in calo
Per i prossimi anni, l’Energy Information Administration statunitense prevede un calo tendenziale dell’output di petrolio statunitense, a dispetto della rimozione di tutte le limitazioni allo sfruttamento dei giacimenti nazionali disposta dall’amministrazione Trump e del boom delle importazioni di petrolio bituminoso canadese.
Si tratta di un problema di non poco conto, alla luce della penuria di petrolio all’interno delle riserve strategiche statunitensi, a cui l’amministrazione Biden aveva attinto sistematicamente per aumentare l’offerta mondiale di greggio.
L’obiettivo consisteva nel mitigare le pressioni inflazionistiche prodotte dai tagli alla produzione ad opera dell’Opec+ e dalla disarticolazione delle catene di approvvigionamento globali indotta dal conflitto russo-ucraino e dalle sanzioni occidentali contro la Russia.
Tanto più che, con l’acquisizione dello status di partner del Brics+ nel 2024, il Venezuela si è garantito l’accesso ai sistemi di pagamento alternativi sviluppati dal gruppo.
A dispetto del durissimo regime sanzionatorio a cui è sottoposto dagli Stati Uniti, che secondo uno studio condotto dalla Tricontinental sarebbe costato al Paese qualcosa come 226 miliardi di dollari tra il gennaio 2017 e il dicembre 2024 (77 milioni al giorno), il Venezuela è riuscito ad accrescere gradualmente la propria produzione petrolifera fino ai livelli del marzo 2019 dopo un devastante periodo di flessione. Nonostante enormi difficoltà, il Paese stava dimostrando una inaspettata capacità di resistenza e adattamento, avvalendosi della sponda cinese per svincolarsi dal circuito del dollaro.
Una sfida, quest’ultima, a cui gli Stati Uniti hanno storicamente reagito con la forza.
L’Iraq è stato invaso nel 2003, pochi anni dopo che Saddam Hussein aveva annunciato la conversione del fondo oil for food da dollari a euro, l’Iraq annunciò che avrebbe accettato solo euro per il suo petrolio.
La Libia è stata attaccata dalla Nato nel 2011, a seguito della proposta relativa all’istituzione di una valuta panafricana ancorata all’oro avanzata dal colonnello Gheddafi.
L’Iran è sotto sanzioni e bersaglio di operazioni militari ormai da un ventennio, avendo abbandonato il dollaro come valuta di riferimento per la regolazione del proprio export petrolifero già dal 2012.
Il Venezuela, colpito dall’Operazione Absolute Resolve la mattina del 3 gennaio, rappresenta l’ultima voce di questo elenco, in cui rientrano anche i raid contro la Nigeria – altro grande Paese produttore di petrolio – disposti dall’amministrazione Trump alla fine di dicembre.
Demostenes Floros

Analista geopolitico ed economico, saggista e docente a contratto di geopolitica dell’energia presso l’Università di Padova. Dal 2019 è Senior Energy Economist presso il Centro Europa Ricerche (Cer) ed è coordinatore del corso di geopolitica organizzato dall’Università aperta di Imola. È autore di volumi Guerra e pace dell’energia. La strategia per il gas naturale dell’Italia tra Federazione Russa e Nato (Diarkos, 2019), e Crisi o transizione energetica. Come il conflitto in Ucraina cambia la strategia europea per la sostenibilità (Diarkos, 2022).
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