Lo scorso 24 luglio, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha pronunciato un aggressivo e assai discutibile discorso dinnanzi al Congresso statunitense in cui si indentificava l’Iran come principale minaccia alla stabilità globale ed esortavano gli Stati Uniti a un maggior coinvolgimento negli sforzi volti a debellarla. L’intervento ha ricevuto applausi a scena aperta da parte dei repubblicani e strumentali contestazioni mosse da una componente piuttosto rilevante dei democratici, ma configura di per sé una dimostrazione plastica della straordinaria capacità che Netanyahu padroneggia di manipolare l’establishment statunitense. Di lì a breve, non a caso, due raid israeliani a Beirut e a Teheran hanno portato all’assassinio (rispettivamente) del comandante militare di Hezbollah Fuad Shukr e del capo politico di Hamas Ismail Haniyeh. Una escalation deliberata, destinata inesorabilmente a porre le condizioni per una guerra su larga scala che dal Medio Oriente potrebbe allargarsi a macchia d’olio coinvolgendo tutte le medie e grandi potenze. Ne parliamo assieme a Marco Carnelos, ex diplomatico con all’attivo incarichi in Somalia, Nazioni Unite, Iraq. Presiede la società di consulenza McGeopolicy srl e collabora con la testata «Middle East Eye».
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