Nei giorni scorsi, l’ormai uscente amministrazione Biden ha imposta una nuova tornata di sanzioni diretta contro le società energetiche russe destinata a produrre pesanti ripercussioni sull’Europa, già chiamata a fronteggiare le conseguenze dell’interruzione dei flussi di gas transitanti attraverso l’Ucraina disposto da Mosca in forza della renitenza del governo di Kiev a rinnovare i contratti in essere. In Italia, nel frattempo, i commissari preposti alla gestione di Acciaierie d’Italia, che occupa da sola circa 10.000 dipendenti, hanno ricevuto tre offerte di acquisto della società. La prima è stata presentata dagli azeri di Baku Steel, una società che occupa poche migliaia di dipendenti ed è riconducibile più o meno direttamente al presidente Ilham Aliyev. La seconda proposta è giunta dal fondo BedRock, filiazione di Cleveland Cliffs partecipata in larga parte da Vanguard, BlackRock e State Streets. La terza offerta è arrivata dagli indiani Jindal Steel, che sembrano aver accumulato un sensibile vantaggio nei confronti dei concorrenti e che per tramite del loro responsabile europeo hanno dichiarato al «Sole 24 Ore» che «il nostro interesse per l’acquisizione delle Acciaierie d’Italia si basa su solide ragioni strategiche ed economiche […]. Il nostro progetto prevede investimenti superiori ai due miliardi di euro, destinati a modernizzare gli impianti e decarbonizzare la produzione di acciaio […]. Gli impianti di Novi Ligure e Genova sono elementi chiave della nostra strategia per fornire ai nostri clienti in Italia e in Europa prodotti finali di altissima qualità. Il nostro obiettivo è trasformare l’Italia da un Paese importatore netto di acciaio a uno esportatore netto». In altri termini, l’interesse di Jindal Steel nei confronti di Acciaierie d’Italia verterebbe sul consolidamento della propria presenza in Europa in una logica di integrazione con gli investimenti effettuati nella penisola arabica, soprattutto in Oman, e contando su fonti di approvvigionamento situate in Camerun, Mozambico e India. L’Italia si prepara dunque ad affidare a mani straniere l’ennesimo settore strategico per l’economia, dopo aver compiuto operazioni analoghe per quanto concerne le telecomunicazioni (con la cessione della rete fissa al fondo statunitense Kkr) e aver appaltato la gestione di comparti vitali per la sicurezza nazionale a israeliani e statunitensi. La Cina, al contrario, sembra essersi preparata per tempo alla crociata protezionista che Trump ha dichiarato di voler lanciare, ricalibrando la geografia del commercio estero verso regioni di più stretta prossimità a scapito degli Stati uniti. Parliamo di tutto questo assieme ad Alessandro Volpi, saggista, collaboratore di «Altraeconomia» e «Valori» e docente di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa.
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