Nelle scorse ore, il segretario generale del Consiglio per la Sicurezza Nazionale iraniana Ali Larijani e il comandante dei Basij Gholamreza Soleimani sono caduti sotto i raid israelo-statunitensi.

In una dichiarazione diffusa dall’agenzia di stampa semi-ufficiale iraniana «Mehr», il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale del Paese ha confermato l’assassinio del suo segretario Larijani.
Il cordoglio del Consiglio per la Sicurezza Nazionale per la morte di Larijani
«Dopo una vita dedicata all’elevazione dell’Iran e della Rivoluzione Islamica, Larijani ha finalmente realizzato il suo desiderio a lungo coltivato, ha risposto alla chiamata della verità e ha raggiunto con orgoglio il nobile traguardo del martirio al servizio del Paese», si legge nel comunicato del Consiglio.
Larijani è il funzionario iraniano di più alto grado assassinato nell’ambito degli attacchi israelo-statunitensi contro l’Iran dopo la Guida Suprema Ali Khamenei, ucciso il primo giorno di guerra, il 28 febbraio.
Anche gli attacchi iraniani proseguono regolarmente, nonostante le rassicurazioni fornite dal presidente Trump, dal segretario alla Guerra Hegseth e dal Capo degli Stati Maggiori riuniti Caine secondo cui il 90% delle capacità belliche iraniane era stato distrutto.
La situazione per gli Stati Uniti appare talmente critica da indurre l’inquilino della Casa Bianca a pianificare operazioni ad altissimo rischio come un tentativo di occupazione dell’isola di Kharg, oltre che a cercare di coinvolgere nella campagna militare sia le monarchie sunnite del Golfo Persico, sia la Nato.
Secondo una fonte iraniana di alto livello raggiunta da «Reuters», la Guida Suprema Mojtaba Khamenei avrebbe respinto tutte le proposte di de-escalation sottoposte da vari intermediari, chiedendo che Israele e gli Stati Uniti vengano prima «messi in ginocchio».
Lo Stretto di Hormuz, invece, rimane chiuso per tutte le navi riconducibili agli Stati Uniti, a Israele e ai loro alleati, ma aperto per chiunque altro. Anche le petroliere appartenenti alla cosiddetta “flotta ombra” iraniana continuano ad attraversare lo stretto.
Per il «Washington Post», l’unica opzione a disposizione dell’amministrazione Trump per risolvere il colossale problema dello Stretto di Hormuz consiste nel dichiarare vittoria e ordinare il ritiro.
Dal momento che, sottolinea il quotidiano della capitale, l’idea di scortare le petroliere nello Stretto di Hormuz risulta assolutamente impraticabile, «la strategia migliore potrebbe consistere nel dichiarare vittoria e ritirarsi. Gli iraniani non avrebbero alcun pretesto credibile per continuare gli attacchi nel Golfo una volta cessati i bombardamenti. E dichiarare vittoria non sarebbe un’esagerazione».
Valutazioni dello stesso tenore sono state formulate da un ex alto funzionario dell’Aman al giornalista israeliano Yossi Melman, secondo cui «Israele e Stati Uniti dovrebbero dichiarare vittoria, proclamare il raggiungimento di tutti gli obiettivi e cessare il fuoco. Mettere fine alla guerra in questo modo. Nessun negoziato, nessun accordo e nessuna revoca delle sanzioni. Lasciare semplicemente che il regime collassi su se stesso».
Per il notissimo giornalista israeliano Ben Caspit, dotato di solide entrature negli apparati di sicurezza di Tel Aviv, Israele e Stati Uniti avrebbero «ridimensionato le aspettative» riguardo all’esito del conflitto. A suo avviso, «Netanyahu non parla più di cambio di regime: sta preparando un alibi che gli consenta di affermare, il giorno dopo la fine della guerra, che Israele ha fatto tutto il possibile per spianare la strada al rovesciamento del regime, ma che gli iraniani stessi non sono stati in grado di farlo».
Il sostegno dell’opinione pubblica alla guerra sta in compenso, rivelandosi molto elevato sia in Iran che in Israele, ma piuttosto basso negli Stati Uniti, dove, secondo un sondaggio realizzato per svariate testate statunitensi, il 52% dei cittadini crede che l’attacco statunitense all’Iran sia strettamente collegato ai cosiddetti “Epstein files”.
Intanto, Joe Kent ha rassegnato le dimissione dalla direzione del National Counterterrorism Center spiegando che «non posso in buona coscienza sostenere la guerra contro l’Iran. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per il nostro Paese ed è chiaro che questa guerra è stata scatenata per la pressione di Israele e della sua potente lobby negli Stati Uniti».
Salvo Ardizzone

Consulente societario e saggista specializzato in questioni mediorientali. È autore di numerosi volumi, tra cui Unipolarismo vs multipolarismo. Una visione geopolitica non asservita (Passaggio al Bosco, 2022), Ecologia vs natura. Un percorso per il ritorno all’umano (Passaggio al Bosco nel 2023), Medio Oriente. Dall’egemonia Usa alla resistenza islamica 1945-2006 (Arianna editrice, 2021), Medio Oriente. Risveglio islamico e false primavere (Arianna Editrice, 2022), Medio Oriente. La guerra in Siria, la Resistenza Islamica Palestinese (Arianna Editrice, 2024).
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