Le tensioni sociali continuano a infiammare la Francia.

I disordini, nati a Parigi da una protesta degli studenti indignati per l’impatto devastante di tagli ormai sistematici ai fondi destinati al sistema scolastico, si sono rapidamente propagati a Marsiglia, Lione, Strasburgo e tutte le altre grandi città francesi e saldati con altre forme di contestazione.
La posizione degli studenti
«Non cederemo su nulla e non svenderemo nulla. Invitiamo tutti a unirsi questo sabato al movimento dei Gilet Jaunes, per dare finalmente vita a questa convergenza delle lotte», ha dichiarato Ryad Rani, presidente dell’Union Syndicale Lycéenne (Usl), all’inizio del corteo per il quinto atto della mobilitazione studentesca in Place d’Italie.
La presidente dell’organizzazione studentesca Fage, Suzanne Nijdam, ha ribadito di attendersi dal governo «annunci, un assegno, un budget». Capita a puntino visto che siamo in piena fase di definizione del bilancio, nel bel mezzo dell’iter per la finanziaria 2027».
Il fenomeno ha raggiunto dimensioni davvero ragguardevoli. Si parla di oltre 250.000 manifestanti; centinaia tra studenti, personale scolastico, poliziotti e gendarmi feriti; quasi trenta edifici saccheggiati e/o incendiati; 30.000 ragazzi rimasti senza lezioni.
Alain De Benoist, esponente di punta della Nouvelle Droite che pure intravede la presenza di «rivoltosi professionisti che conoscono perfettamente le regole della guerriglia urbana», osserva in proposito che «questa rapida successione di “movimenti tumultuosi” dimostra soprattutto che la maggioranza dei francesi non ne può più di sentirsi ignorata, umiliata e “invisibilizzata” da una classe politica (di destra o di sinistra) ormai distaccata dal popolo. I sentimenti che prevalgono un po’ ovunque sono la rabbia, l’angoscia e la disperazione, che sembrano intensificarsi giorno dopo giorno».
Lo Stato, «come al solito ha reagito troppo tardi, immaginando che bastasse aspettare che si esaurisse da solo un movimento che considerava un fuoco di paglia. In seguito, quando ha iniziato a reagire, lo ha fatto ricorrendo esclusivamente alla repressione poliziesca, il che è stato un errore, poiché ciò non ha fatto altro che aggravare la violenza dei manifestanti».
I quali erano scesi in piazza per ragioni concrete ma rigorosamente ignorate dalle autorità nazionali. «Il malcontento degli studenti delle scuole superiori – rileva De Benoist – aveva ragioni perfettamente giustificate: edifici fatiscenti, carenza di personale, classi sovraffollate, insegnanti non sostituiti, ecc. Oggi, la scuola secondaria pubblica conta meno insegnanti rispetto al 2008, mentre accoglie 250mila studenti in più. Il governo parla oggi di avviare un “dialogo”, ma dopo tre settimane 400 o 500 licei non sono ancora in grado di aprire i battenti. Va benissimo condannare la violenza, ma l’esperienza dimostra che in Francia bisogna ricorrere alla violenza per farsi ascoltare».
Roberto Buffagni

Scrittore, autore di testi teatrali, studioso di questioni geostrategiche e collaboratore del sito «Italia e il Mondo». Ha curato il volume La supercazzola. Istruzioni per l’Ugo (Mondadori, 2006) e tradotto il saggio di Peter Bogdanovich Chi diavolo ha fatto quel film? Conversazioni con registi leggendari (La Nave di Teseo, 2024).
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