Mentre il presidente eletto Donald Trump procede nella definizione della propria squadra di governo, che sembra ruotare attorno all’ingombrante figura di Elon Musk, il presidente della Federal Reserve Jerome Powell lascia intendere che, nonostante qualche timido abbassamento varato di recente, i tassi di interesse rimarranno sostanzialmente elevati in un’ottica di sostegno del corso del dollaro e di contrasto all’inflazione. Una linea d’azione, quella promossa dal banchiere centrale, profondamente disallineato rispetto al programma economico elaborato da Trump, che intende riportare il deficit di bilancio sotto controllo, agevolare l’afflusso di investimenti nel settore energetico al fine di incrementare significativamente la produzione di petrolio e gas naturale e imporre un’aggressiva politica tariffaria. Deutsche Bank, in proposito, ha stilato una graduatoria dei Paesi che risulterebbero maggiormente colpiti dai dazi di Washington sulla base del loro livello di dipendenza commerciale dagli Stati Uniti. Gli Stati più penalizzati dovrebbero essere Messico, Vietnam, Canada e Malesia, ma un impatto considerevole si verrà a produrre anche sugli europei. Resta tuttavia da vedere se Trump riuscirà a capitalizzare il perseguimento degli obiettivi dichiarati, che presuppone un atteggiamento collaborativo da parte della Federal Reserve ed anche dei grandi fondi che sugli alti tassi di interesse hanno costruito parte considerevole della propria prosperità. Parliamo di tutto questo assieme ad Alessandro Volpi, saggista e docente di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa.
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