Le autorità di Mosca hanno annunciato di aver sventato un massiccio attacco aereo ucraino diretto contro la residenza ufficiale del presidente Putin nell’oblast’ di Novgorod. Più specificamente, le difese aeree russe avrebbero distrutto ben 91 droni prima che raggiungessero l’obiettivo a Novgorod.
L’evento di Novgorod, che Kiev nega sia realmente accaduto, non allontanerà la Russia dal tavolo negoziale, ma comporterà un irrigidimento della sua postura, alla luce «del passaggio definitivo del regime di Kiev a una politica di terrorismo di Stato», hanno spiegato i portavoce del Cremlino.

Trump condanna l’iniziativa ucraina
Sulla vicenda di Novgorod si è espresso anche il presidente Trump, che a margine di un incontro con il primo ministro israeliano Netanyahu ha dichiarato di essersi sentito telefonicamente con Putin.
Una volta venuto a conoscenza dell’iniziativa ucraina su Novgorod, l’inquilino della Casa Bianca ha dichiarato di essersi «molto arrabbiato. Una cosa è lanciare un’offensiva, un’altra è attaccare la residenza del presidente russo a Novgorod. Questo non va bene. Non è il momento giusto».
Effettivamente, l’attacco ucraino contro la residenza di Putin presso l’oblast’ di Novgorod giunge a poche ore di distanza dalla conclusione dell’incontro tra Trump e Zelensky a Mar-a-Lago, definito dal presidente degli Stati Uniti come particolarmente costruttivo anche se privo di risultati concreti.
Durante la conferenza stampa tenutasi al termine del summit, Trump aveva spiegato che le delegazioni statunitense e ucraina avrebbero discusso di una soluzione pacifica al conflitto «nel corso delle prossime settimane». Non è chiaro se quanto concordato a Mar-a-Lago avrà concretamente seguito alla luce dell’attacco ucraino – che Kiev ha negato di aver sferrato – contro la residenza di Putin.
Nel corso di un’intervista rilasciata alla «Tass», il ministro degli Esteri russo Lavrov ha affermato che: «constatiamo che il regime di Zelensky e i suoi curatori europei non si mostrano disponibili a condurre dei negoziati costruttivi […]. A sua volta, quasi tutta l’Europa, con davvero poche eccezioni, continua a rifornire il regime di denaro e armi, mentre sogna che l’economia russa collassi sotto il peso delle sanzioni».
In seguito «al cambio di amministrazione avvenuto negli Stati Uniti, è l’Unione Europea a essere divenuta il principale ostacolo alla pace. Lì non nascondono i loro piani volti a prepararsi a una guerra contro la Russia».
L’Unione Europea «sta attuando una linea volta allo smantellamento dei meccanismi di interazione e cooperazione con la Russia, e questo già a partire dal 2014 circa. Le élite al potere nella maggior parte dei Paesi europei […] stanno fomentando nella società sentimenti russofobici e militaristi». Lavrov ha poi affermato che: «se figure come Ursula von der Leyen, Friedrich Merz, Keir Starmer, Emmanuel Macron e altri con loro abbiano o meno superato il punto di non ritorno, è una questione complessa».
Per il momento, «stiamo osservando come, per ora, il “partito della guerra” europeo, che ha investito il proprio capitale politico nell’idea legata all’infliggere alla Russia una sconfitta strategica, sia pronto ad andare fino in fondo».
«Le ambizioni sono letteralmente capaci di accecare: loro non soltanto non provano pietà per gli ucraini, ma, a quanto pare, non la provano neppure per la propria popolazione. Come spiegare, altrimenti, le persistenti discussioni in corso in Europa sull’invio in Ucraina di contingenti militari nell’ambito della “coalizione dei volenterosi”?».
«Abbiamo già dichiarato un centinaio di volte che, in quel caso, tali contingenti andranno a costituire un obiettivo legittimo per le nostre forze armate». L’avvertimento finale è inequivocabile: «ai politici europei poco avveduti, ai quali spero verrà mostrata questa intervista, lo ripeto ancora una volta: non c’è motivo di temere che la Russia attacchi qualcuno. Ma se qualcuno dovesse azzardarsi ad attaccare la Russia, la risposta sarà devastante».
Fabio Mini

Generale di corpo d’armata, saggista e collaboratore de «Il Fatto Quotidiano». Ha comandato tutti i livelli di unità da combattimento e prestato lunghi periodi di servizio negli Stati Uniti, in Cina, nei Balcani e nella Nato. È stato Capo di Stato Maggiore del Comando Alleato del Sud Europa e comandante della forza internazionale di sicurezza in Kosovo. È autore di numerosi volumi, tra cui L’Europa in guerra (PaperFirst, 2023), La Nato in guerra. Dal patto di difesa alla frenesia bellica (Dedalo, 2025).
SOSTEGNO











