Lo scorso febbraio, in linea con le posizioni assunte da Donald Trump nel corso della campagna elettorale, la procuratrice generale Pam Bondi dichiarò che la cosiddetta “lista Epstein” era sulla sua scrivania per essere esaminata. Un’affermazione cristallina, che lasciava chiaramente presagire una imminente pubblicazione dell’elenco dei “clienti” coinvolti nello schema di abusi sistematici a danno di giovani ragazze e ragazzi che si consumavano molto spesso presso l’isola dei Caraibi di proprietà del noto finanziere, deceduto in carcere nell’agosto del 2019 in circostanze a dir poco controverse. Ad appena cinque mesi di distanza, il presidente Trump ha reagito con irritazione alle sollecitazioni di un giornalista che chiedeva lumi sugli sviluppi relativi al “caso Epstein”. Ha quindi lasciato la parola alla Bondi, la quale ha cercato maldestramente di correggere il tiro rispetto alle dichiarazioni che aveva formulato a febbraio. A un paio di giorni di distanza, Trump è tornato sul tema, attraverso un post su Truth in cui affermava che il “caso Epstein” è una colossale montatura e avvertiva di non essere affatto interessato al supporto dell’elettorato intenzionato a continuare a parlarne. Parallelamente, i rappresentanti repubblicani hanno bloccato un tentativo democratico di forzare la pubblicazione dei documenti relativi alle indagini condotte sulle attività criminose riconducibili a Jeffrey Epstein. Ma di fronte al forte malumore suscitato in seno alla sua base elettorale dalla gestione della vicenda, Trump ha azzardato un parzialissimo dietrofront, invitando la Bondi a pubblicare «ciò che ritiene credibile» in relazione al “caso Epstein”. La cui eco mediatica è andata costantemente aumentando per effetto delle ricorrenti voci circa la presunta contiguità del personaggio ai servizi di intelligence israeliani, a cui si sospetta abbia trasferito materiale compromettente a carico dei suoi potenti e facoltosi “clienti” a fini ricattatori. L’ipotesi della stretta vicinanza di Epstein al Mossad è stata rilanciata da ultimo da Tucker Carlson, il quale ha ricevuto una risposta vagamente intimidatoria da parte dell’ex primo ministro israeliano Naftali Bennett per tramite di un post su Twitter/X.
Roberto Vivaldelli

Giornalista e saggista. È autore di numerosi volumi, tra cui Fake news. Manipolazione e propaganda mediatica, dalla guerra in Siria al Russiagate (La Vela, 2017), e Big tech. Sfida alla democrazia (Giubilei Regnani, 2023).
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